Autore: Gianluigi Mattietti

È stata una passione quest’anno a inaugurare solennemente il Festival Musica di Strasburgo, La Passion selon Marc di Michaël Levinas. Un grande affresco sinfonico-corale, commissionato al compositore francese per celebrare i 500 anni della Riforma, eseguito per la prima volta a Losanna lo scorso aprile.

Levinas ha legato il destino di Cristo a quello delle vittime della Shoah (il sottotitolo era infatti «Une passion après Auschwitz»), cercando l’espressione di un dolore senza tempo. La Passion selon Marc era costruita come un trittico polilinguistico, con la prima parte, in ebraico e aramaico, che comprendeva la preghiera del Kaddish, la preghiera per i morti di El maleh Rachamim e la lettura dei nomi delle vittime della Shoah; la seconda dedicata al racconto della passione, basata sul Vangelo di Marco (il racconto della passione più breve e più drammatico, e considerato anche quello più anti-giudaico) in una traduzione in francese antico del XIII secolo, mescolato con poesie tratte dai Mystères et Passions di Arnoul Gréban del XV secolo; la terza basata su due poesie di Paul Celan, in lingua tedesca, Die Schleuse (la chiusa) e Espenbaum (pioppo tremulo), come due Lieder con pianoforte, capaci di esprimere un concentrato di sofferenza.

Levinas ha strutturato il tempo narrativo prendendo spunto dalle passione bachiane, con una serie di refrain modulanti, con una polifonia poliritmica a 36 voci indipendenti, che creavano una pasta armonica di tipo spettrale. Ha colto la teatralità dei testi, trovando un colore strumentale e vocale particolare per ogni scena, sfruttando soprattutto i massicci interventi del coro, ruvido e percussivo, arcaico e rituale, con diversi tipi di scrittura vocale, dalla preghiera più scarna, alla trama di lamenti fatta di glissati discendenti, dagli intrecci parlati o urlati, al brusio indistinto. Il coro si intrecciava con diversi strati strumentali, sempre abilmente distorti, con melopee che suonavano insieme arcaiche e modernissime, con dissonanti rintocchi di campane, con “cori” di fiati che parevano voci, creando textures sempre cariche di tensione (come nella drammatica scena della cattura di Cristo e del suo interrogatorio).

Elementi di grande presa emotiva, bene evidenziati da Marc Kissoczy sul podio dell’Orchestra de chambre de Lausanne, e dalla prova dei quattro solisti, il controtenore Guilhem Terrail (l’evangelista), il baritono Mathieu Dubroca (Gesù), che affrontavano con grande sicurezza linee vocali impervie, e i due soprani Marion Grange (un’intensa Maria Maddalena) e Raquel Camarinha (la madre) che sfoggiava tutta la sua tempra drammatica nella parte finale su testi di Celan.

A Strasburgo c’è stata anche un’altra passione, quella selon Sade di Sylvano Bussotti, nell’allestimento di Antoine Gindt (già presentato a Nimes). Il regista francese non ha seguito le indicazioni del compositore (che invece erano alla base dello spettacolo più “filologico” presentato a Roma lo scorso anno, nell’ambito del Fast Forward Festival, con le regia di Luca Bargagna), e ha costruito uno spettacolo molto personale, che sottolineava la dimensione politica del libertinaggio, mirava a rappresentare la dimensione “trascendente” della violenza fisica, piuttosto che la seduzione dell’erotismo. Non uno spettacolo astratto, fatto di tableaux vivants, ma un teatro carnale, basato sul confronto, molto fisico, tra la donna (ancora il soprano Raquel Camarinha, che interpretava insieme, con grande carattere e pienezza vocale, la virtuosa, sfortunata Justine e la viziosa, felice Juliette, nel caleidoscopico montaggio di parole tratte da libri di Sade e dal sonetto cinquecentesco di Louise Labè) e il Marchese (non una figura inanimata, come immaginato da Bussotti, ma un attore in carne, ossa e vestaglia di seta) all’interno di uno spazio chiuso, una specie di boudoir psichedelico (scene di Élise Capdenat), illuminato dalle luci spettrali di Daniel Lévy, con un divano, un piccolo frigorifero, un telefono, con i musicisti che suonavano dietro una tenda e diventavano parte integrante dello spettacolo.

 

Gurzenich Orchester Koln© Guillaume Chauvin

Gindt ha anche inquadrato questo «mistero da camera» con un preludio e un postludio: lo spettacolo iniziava infatti con il celebre «Français encore un effort» dalla Philosophie dans le Boudoir, proseguiva con la Sonata Erotica di Erwin Schulhoff e si concludeva con Juliette/Justine che intonava, quasi sussurrando, «Blute nur, du liebes Herz» dalla bachiana Passione secondo Matteo. In questa Passion selon Sade si è vista la mano dell’uomo di teatro e insieme l’abilità del direttore Léo Warynski e dell’Ensemble Multilatérale nel dare forma al collage di brani diversi, dipanando il labirinto di pentagrammi della partitura grafica (che lascia agli esecutori ampia libertà) e di pezzi “chiusi” (Solo per organo, due Tableaux vivants, Phrase per oboe, oboe d’amore e corno, Rara per flauto). Ma le due dimensioni, quella musicale e quella teatrale (rivisitata e drammatizzata) non parevano capaci di ingranare, e l’insieme risultava fiacco, oltre che del tutto privo del potere “scandaloso” che aveva avuto negli anni Sessanta.

Nominata alle Victoires de la Musique Classique 2017, e destinata a una grande carriera in Francia, il giovane soprano portoghese Raquel Camarinha ha completato le sue performances strasburghesi con un recital: insieme al giovane pianista Yoan Héreau, ha offerto un’emozionante interpretazione delle Ariettes Oubliées di Debussy, dei Leino Songs di Kaija Saariaho (su testi del poeta finlandese Eino Leino), di Life Story di Thomas Adès (da Tennessee Williams), che descrive in un’atmosfera amara e tragicomica i sentimenti di due amanti e la loro morte nella stanza di un hotel, e del lungo ciclo Apparition di George Crumb (su versi di Walt Whitman), dove ha dato sfoggio anche di grande abilità tecnica, tra vocalizzi, onomatopee, improvvise esplosioni vocali.

Tra gli spettacoli più applauditi al Festival Musica, c’è stato un «ciné-concert» in prima francese: il film Die Puppe (La bambola di carne, girato da Ernst Lubitsch nel 1919) con le musiche dal vivo di Martin Smolka (Der Puppenkavalier), presentato a Locarno nel 2010 e riproposto a Strasburgo dall’austriaco ensemble Phace diretto da Simeon Pironkoff. La storia del timido Lancelot, nipote del barone Chanterelle, che per sfuggire alle sue pretendenti, decide di fare un matrimonio fittizio, con una delle bambole costruite dall’inventore Hilarius. L’automa però si rompe, e Ossi, figlia di Hilarius, prende il posto della bambola. Le nozze hanno luogo e Lancelot, innamoratosi della sua “bambola” sarà alla fine felice di scoprire di avere una moglie vera. Smolka, esperto compositore di musiche da film, ha scritto una partitura piena di verve, con un’accorta sincronizzazione e con un gusto meccanico, rumoristico e surrealista, che sfruttava tutte le potenzialità del piccolo ensemble da camera (con chitarra elettrica e fisarmonica), sottolineando molto bene la gestualità, i ritmi, i momenti poetici e lirici del film (con citazione distorta del tema di Tatjana dall’Eugene Onegin) e la straordinaria vis comica di una star del cinema muto come Ossi Oswalda.

Ospite d’onore del Festival Musica quest’anno era Philippe Manoury, presente con la nuova opera Kein Licht (che faceva esplicito riferimento a Licht di Stockhausen), e con l’esecuzione di una ampio lavoro per orchestra, intitolato Ring (che invece non aveva alcun riferimento a Wagner). Composto nel 2016, diretto da François-Xavier Roth sul podio dell’ottima Gürzenich-Orchesterdi Colonia, Ring è la prima parte di un grande trittico, la “Trilogia di Colonia”, di cui esiste già la seconda parte si tratta di In situ, presentato a Donaueschingen nel 2014), mentre la terza arriverà nel 2019. Manoury che è sempre stato attratto dal mondo dell’orchestra («in tutta la mia vita di compositore, sono sempre voluto andare verso l’orchestra»), che ha avuto sempre tra i suoi punti di riferimento compositori come Wagner, Mahler e Strauss, in Ring ha tentato di adattare l’orchestra a spazi diversi, di cambiare le coordinate del rituale dell’ascolto, distribuendo gli strumentisti nello spazio (con sei gruppi orchestrali collocati dietro il pubblico), integrando la musica con la vita di una sala da concerto (l’esecuzione iniziava infatti 15 minuti prima dell’orario indicato nel programma, in modo da fondere la musica con i rumori del pubblico che entrava in sala).

Mentre In situ aveva una struttura concertante, con un gruppo di solisti circondati dall’orchestra, con parti dalla scrittura virtuosistica, Ring era concepito come un vero lavoro sinfonico, più lento, più denso, fatto di masse di suono avvolgenti, capace di far sentire davvero l’ascoltatore al centro dell’orchestra. Manoury ha creato una materia orchestrale incandescente, con blocchi di ottoni (che riprendevano uno dei motivi di In situ), ondate di soffi, impressionanti crescendo, masse accordali che si muovevano simultaneamente, con un impatto quasi organistico, esplosioni telluriche che si percepivano a 360 gradi. Una materia molto densa, ma finemente lavorata al suo interno, con una precisione ritmica bouleziana. Un autentico capolavoro, capace di sedurre l’ascolto senza un attimo di cedimento.

Manoury ha anche mostrato la sua perizia di orchestratore nella realizzazione del terzo movimento (Rêve) di un lavoro poco noto di Debussy, la Première Suite composta tra il 1882 e il 1884 in una versione per pianoforte a quattro mani, e in una versione per orchestra, priva però del terzo movimento. In questa orchestrazione, ha mescolato elementi wagneriani (tipici del periodo di infatuazione per Wagner del giovane Debussy), con tratti impressionistici e colori accesissimi, moderni, fiammeggianti, giocando su una continua, flessuosa, variazione degli spessori orchestrali. Il concerto era completato da una bell’esecuzione del Don Chisciotte di Strauss, che ha svelato anche il talento del giovane violoncellista Edgar Moreau, premiato al Concorso Caikovksji di Mosca a soli 17 anni.

Immagine di copertina © Sandy Korzekwa

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