Autore: Gianluigi Mattietti

Le celebrazioni musicali per il millenario della basilica fiorentina di San Miniato al Monte, istituita dal vescovo Ildebrando il 27 aprile 1018, iniziate il 21 giugno con un concerto-spettacolo per il solstizio d’estate, si concludono il 25 ottobre con un nuovo lavoro di Salvatore Sciarrino, Passionis Fragmenta, oratorio per voce e strumenti dedicato al protomartire San Miniato.

Cristiano di origine armena, arrivato a Firenze, Minias iniziò una vita di eremita, rifiutatosi di venerare gli dei pagani, e per questo fu torturato e decapitato, durante le persecuzioni anticristiane messe in atto attorno al 250 d.C. dall’imperatore Decio. La leggenda narra che il santo, dopo la decapitazione, abbia raccolto la propria testa (“cefaloforo”, come san Dionigi) e, attraversato l’Arno, abbia raggiunto il mons Florentinus, luogo del suo eremitaggio, dove nel 1018 fu eretta la basilica di San Miniato. Lo stesso compositore ha realizzato il testo, in latino medievale, tratto liberamente dall’altomedievale Passio sancti Miniatis (BHL 5965), eliminando tutti gli elementi dottrinali, trasformando il racconto di quella passione in un dialogo drammatico tra il santo e l’imperatore Decio, una contrapposizione che è diventata una sorta di tortura psicologica, quasi un interrogatorio poliziesco.

Come aveva già fatto in Lohengrin, ha affidato questo dialogo ai due registri estremi di un’unica voce di soprano, dalla scrittura prevalentemente sillabica. Nel registro acuto canta Decius, con una linea tesa e scomposta, che bene descrive il torturatore folle e sanguinario. La linea vocale di Minias si muove invece nel grave, fuori registro, con un’emissione naturale, di petto, con un melodizzare più cantabile, che restituisce bene il distacco, la tranquillità del santo. Tra i due, al centro della tessitura vocale, si inserisce un narratore (Nuncius) che interviene poche volte per riferire con emozione fatti tremendi. Questo dialogo, oscillante fra toni minacciosi e suadenti, ha indotto una precisa drammaturgia, modellata sulle forme tipiche dell’oratorio, con arie, recitativi e duetti, come movimenti nettamente contrastanti per atmosfere timbriche, temperatura drammatica, densità della texture vocale e strumentale.

Il canto è accompagnato da quattro strumenti “soli” (flauto, viola, violoncello e organo), come un concertino, e da un “ripieno” formato da violini e contrabbassi: il flauto duetta spesso con Decius nell’acuto, gli archi solisti si muovono nel registro medio e grave, accompagnando più frequentemente la parte del santo, l’organo compare raramente (solo nell’Arioso n.2 e in Furie concertate n.9) con delle macchie dinamiche, il ripieno dei violini crea lumeggiature, sfondi corali, o lunghi effetti glissati, come nell’Arioso n.2 quando Minias evoca il misterioso bosco di Elisboth. Ma in generale, tutti gli strumenti trovano una stretta corrispondenza con gli snodi espressivi del canto, in un roteare di immagini sonore molto diversificate, brevi impulsi, vibrazioni, risonanze, sonorità spesso oscillanti tra il soffio e il fruscio.

Nei duetti (n.3 e n.6) si confrontano le due personificazioni vocali: l’incalzare isterico di Decius, punteggiato da suoni stridenti, isolati armonici del flauto, glissati di armonici del violoncello, e le risposte pacate e imperturbabili di Minias (che descrive le torture come «piume leggere sull’acqua»), echeggiate dal timbro caldo della viola. Le due arie sono i movimenti più cantabili e sviluppati, entrambe basate su un testo breve, in vario modo reiterato, e modellate sul carattere dei due personaggi. Quella di Decius (n.5) ha una linea vocale insieme minacciosa e solenne, fatta di pressanti esortazioni (la ripetizione su «sacrifica diis») e qualche vocalizzo, con una parte movimentata del flauto in sol, un gioco di glissati contrapposti di viola e violoncello. La grande aria di Minias (n.8) è costruita di frasi cantabili brevi, pacate, avvolte da un florilegio di figure degli strumenti solisti e dagli sfondi timbrici del ripieno.

Nei recitativi del Nuncius si concentra la descrizione delle torture: la descrizione del rogo (n.4), con le frenetiche ripetizioni di «ignis» e «ignem», punteggiate dagli abbaglianti multifonici del flauto in do; la descrizione degli aculei infilati sotto le unghie (n.7), con una stridente fascia di armonici degli strumenti di ripieno; l’annuncio finale della condanna alla decapitazione (n.11), innervato da glissati discendenti. Gli altri tormenti che Decius ordina di infliggere al santo sono elencati dallo stesso imperatore in Furie concertate (n.9) che rappresenta l’apice del suo accanimento sadico: cerca di blandirlo con l’offerta di oggetti preziosi, ordina di farlo sbranare da una belva, si accanisce contro le sue orecchie, intimando di perforargliele, di riempirle di piombo fuso «affinché non oda, quando il suo dio lo chiamerà». In questo movimento, culmine drammatico dell’intero oratorio, la linea vocale di Decius è concitata, piena di “loop” di parole e motivi (su «implete», «fervens», «mittite», «non audiat»), ripetuti molto velocemente con l’effetto dell’ordine imperioso e isterico, punteggiati dai violenti glissati e cluster dell’organo, come scariche di fulmini.

Una linea che diventa sempre più incalzante, e sale gradualmente fino a una cadenza finale, dove rimane sola a vocalizzare in un registro acutissimo («Questa è la parte estrema della sua furia, qui Decius è come una Regina della Notte»). Prima del breve recitativo finale, Sciarrino innesta un Notturno dal carcere (n.10), unica pagina strumentale, scena non presente nella Passio originale (qui Sciarrino ha tenuto conto anche della scena nel carcere del San Giovanni Battista di Stradella) che permette di creare un momento di sospensione, immaginando il santo in attesa della pena capitale. È una musica misteriosa, pervasa di voci di natura, con gli effetti fruscianti degli archi, il “ruggito” del flauto (un frullato della lingua con la boccola fra i denti), le sventagliate di mutlifonici (sempre del flauto), come versi di animali notturni.

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