Autore: Francesco Finocchiaro

Torniamo sul binomio elettronica & muto. Ce ne dà occasione la Cineteca di Bologna, che ha presentato di recente “Sangue blue” (1914) di Nino Oxilia con un nuovo accompagnamento musicale, realizzato da Marco Biscarini al live electronics e Daniele Furlati al pianoforte.

Sangue blue, autentico capolavoro del cinema italiano prebellico, è un melodramma coniugale che colpisce ancor oggi lo spettatore per la raffinatissima messa in scena e la modernità della regia. Il film sancì, fra le altre cose, la fama internazionale di Francesca Bertini, interprete di altissima liricità.

Il film è strutturato sull’alternanza fra un nucleo di scene collettive, girate per lo più in esterni (la festa al palazzo del Principe di Montvallon e una recita operistica nel primo atto, il Casinò di Montecarlo nel secondo atto, una sfilata in strada e ancora una rappresentazione a teatro nel terzo atto ecc.), e lo scenario intimo e coniugale in cui si svolge il dramma privato.

Su questo contrasto strutturale i musicisti hanno sapientemente modellato il dialogo tra live electronics e pianoforte, dando vita a una intelligente distinzione di registro. Allo strumento elettronico è stato affidato il compito di accompagnare le scene collettive, sonorizzate alla maniera di una musica di scena, con tanto di citazioni di musiche preesistenti, da Traviata a Madama Butterfly, da un foxtrot anni Venti (unico inserto forse fuori contesto) al tango argentino. Queste finestre musicali, che nel loro montaggio lineare rievocano la coeva prassi della compilazione, sono inoltre arricchite da una particolarità acustica: il rumore del grammofono, il cui suono sporco dà un che di antico alla banda sonora e si presenta come il naturale correlato acustico del bianco e nero della pellicola e dei viraggi color ocra e blu.

Su un piano opposto si colloca il pianoforte, in un registro inequivocabilmente extradiegetico: sua è la sfera privata, la sfera dell’ “espressione lirica” e dei moti interiori della psiche. Il pathos drammatico della Bertini trova rispecchiamento in un accompagnamento pianistico di grande spessore musicale: mai banale nell’ideazione tematica, mai scontato nel linguaggio armonico, che qui diviene uno straordinario mezzo d’introspezione psicologica; sempre coerente infine nell’agogica con i tempi dilatati, melodrammatici persino, della regia oxiliana.

Ma non è tutto. Il live electronics s’insinua negli interventi del pianoforte: genera prolungamenti, effetti d’eco, manomissioni timbriche. L’effetto di questa contaminazione, sul piano estetico, è quello di temperare l’inverosimiglianza del melos musicale, di attenuarne l’astrazione formale, e di renderlo quindi attuale, verosimile, compatibile con la mondanità del cinema, con quel suo essere, per dirla con Siegfried Kracauer, “fotografia della Lebenswelt”.

Una tale performance musicale, che merita il giusto risalto per la sua eccezionalità e irripetibilità, va considerata un caso esemplare di “rimusicazione” di un film muto: il sapiente dispiegamento di una materia musicale complessa ed eterogenea, che non viene banalmente calata sul film nella totale indifferenza per quanto avviene nella banda visiva. Al contrario, sul film si modella, dalla sua articolazione narrativa trae le regole d’impiego: una musica “funzionale” per eccellenza, che scaturisce da una lettura analitica del film, per divenire a sua volta uno strumento di chiarificazione dei nessi drammaturgici del racconto cinematografico.

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