Autore: Francesco Finocchiaro

Si è tenuto di recente a Lovere, sul Lago d’Iseo, un convegno dal titolo When Jazz Meets Cinema, a cura del Centro Studi Opera Omnia Luigi Boccherini (5–7 maggio 2017). All’iniziativa hanno preso parte musicologi e filmologi di livello internazionale, tra i quali Emilio Audissino (Southampton), Emile Wennekes (Utrecht), Adam Biggs (Bath), Leo Izzo (Bologna), Ian Smith (London), Julio Arce (Madrid), Celsa Alonso (Oviedo) e molti altri.

Il convegno ha messo a tema l’impiego del jazz nella musica per film, dal cinema muto al sonoro: dal fox-trot di Metropolis (1927) di Fritz Lang al dark jazz di Badalamenti per il cinema di David Lynch, passando per The Jazz Singer (1927) di Alan Crosland, The Informer (1935) di John Ford, Boccaccio ’70 (1962) di Fellini, De Sica, Visconti e Monicelli, The Servant (1963) di Joseph Losey ecc.

Gli interventi hanno delineato un progressivo e graduale cambiamento di funzione della musica jazz nella composizione per film. L’inserto jazzistico nella musica cinematografica, in quella mitteleuropea in particolare, si associa per anni a una ben determinata valenza simbolica: nell’universo culturale dell’Europa degli anni Venti e Trenta, il jazz è il correlato musicale dell’irrazionale, simbolo dello smodato e del trasgressivo, cifra sonora di una situazione di corruzione sociale ed etica. Quest’associazione – tutta culturale, è ben ribadirlo – lascia spazio nel cinema del dopoguerra a un uso del jazz con una più neutrale funzione incidentale, volta cioè alla definizione di un milieu storico-geografico: il jazz diviene allora, anche per il cinema, il marchio sonoro dell’America e il linguaggio idiomatico della metropoli statunitense. Scrivere la storia del jazz nella musica per film significa insomma fare la storia della recezione culturale di questo straordinario genere musicale e, attraverso di essa, la storia dell’incontro fra il vecchio e il nuovo mondo musicale fra le due sponde dell’Atlantico.

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