Autore: Emilio Sala

Il fenomeno operetta esplose a Parigi dopo il fallimento del ’48 e della Deuxième République. Il contesto psicosociale è quello di una disillusione spinta fino al cinismo. Come ebbe a scrivere Siegfried Kracauer (Jacques Offenbach e la Parigi del suo tempo), «l’operetta poté nascere perché la società stessa in cui nacque era una società da operetta».

Viene in mente l’attacco fulminante del pamphlet di Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Napoleone, quando si dice che tutti i grandi fatti e personaggi della storia si presentano due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa. Credo che la farsa evocata da Marx sia proprio l’operetta – o meglio: essa è nello stesso tempo la rappresentazione e la parodia di quella farsa. Dal nuovo genere, in cui si fa il verso a tutti i codici e valori “ufficiali”, emana un dissacrante vortice metadiscorsivo con due epicentri incontenibili e strabilianti: Hervé e Offenbach.

Tornare alle origini dell’operetta significa avventurarsi in un mare magnum, soprattutto di petites pièces, tanto affascinante quanto ancora inesplorato. Specialmente per quello che riguarda Hervé, la cui comicità surreale è ancora più estrema di quella offenbachiana e sprigiona una modernità che lascia a bocca aperta. Compositore cantante attore librettista produttore: l’iperattività di Hervé ha qualcosa di frenetico se non di parossistico e riguarda tutte le componenti (drammaturgica, attoriale, verbale, musicale, ecc.) dello spettacolo. È incredibile che un protagonista tanto esilarante e straordinario dell’operetta sia stato così poco rappresentato nei tempi recenti.

D’altronde i teatri tendono a programmare (quasi) sempre le stesse cose: il coraggio e la curiosità intellettuale dell’epoca in cui si sentiva la necessità di uscire dal repertorio hanno lasciato il posto alla paura di non vendere abbastanza biglietti. Meno male che c’è il Palazzetto Bru Zane (Centre de musique romantique française) che non teme le novità. Un paio di anni fa ha riproposto con grandissimo successo Les chevaliers de la table ronde (1866), un’operetta in tre atti imprescindibile; quest’anno ha presentato un dittico di due atti unici, uno di Offenbach e uno di Hervé: Les deux aveugles (1855) e Le compositeur toqué (1854). Due tenori (Raphaël Brémard e Flannan Obé) e un pianoforte (Christophe Manien). Una messinscena pocket di un pauperismo assoluto (regista: Lola Kirchner).

Chiaro che rinunciare all’orchestra significa perdere una dimensione importante (sia in Offenbach sia in Hervé), ma tale rinuncia penalizzante è anche un valore aggiunto: ti costringe infatti a giocare a carte scoperte e a farti venire delle idee. E queste ultime non mancavano di certo nello spettacolo che ho visto a Venezia con indicibile gioia domenica 11 febbraio nella minuscola e deliziosa sala del Palazzetto. Mentre nei grandi teatri (tipo la Scala e la Fenice) si davano i soliti titoli canonici “da carnevale”, Die Fledermaus di Strauss e Die lustige Witwe di Lehár, nello spazio intimo e sperimentale vicino a Campo San Stin si poteva assistere a un vero e proprio evento culturale: la ripresa di uno stupefacente incunabolo dell’operetta: Le compositeur toqué di Hervé.

È naturale che le grandi istituzioni devono innanzitutto riattualizzare i grandi titoli del repertorio attraverso riletture (oggi soprattutto registiche) delle opere già arcinote che vanno continuamente tenute in vita e rispolverate. Ma è altrettanto (e forse anche più) importante riportare alla luce titoli capaci di rimescolare le carte: Le compositeur toqué è uno di questi. Un demone metalinguistico, metateatrale e metamusicale abita questo esempio di teatro dell’assurdo ante litteram. Dopo questa rappresentazione “di prova” al Palazzetto, auspico una ripresa “in grande” di Hervé in qualche teatro dotato di maggiori mezzi e di un po’ di coraggio.

Con l’orchestrazione originale si scoprirà un altro aspetto fondamentale dell’arte sorprendente del vero padre dell’operetta parigina. Il titolo più urgente da riscoprire? Credo che sia L’œil crevé (1867), “bouffonnerie musicale en 3 actes” la cui comicità stravagante è assolutamente senza paragoni. Come si legge in un giornale dell’epoca (L’Écho des théâtres), di fronte a questa «bouffonnerie étourdissante» anche La grande duchesse de Gerolstein di Offenbach finisce per sembrare un dramma serio: se Offenbach è il dio dell’operetta, Hervé è perlomeno il suo profeta.

Immagine di copertina Ph. Riccardo Pittaluga

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