Autore: Emilio Sala

Molti melomani tradizionalisti non sembrano stuzzicati più che tanto dal desiderio di novità, preferendo la nostalgia alla curiosità; ma quest’ultima è ineliminabile dal mondo dell’arte. Specialmente da quando le stagioni operistiche non offrono più nuovi titoli in grado di competere col repertorio storico, la sete di novità viene surrogata dal lavoro dei registi (meno male che ci sono loro), senza il quale la museificazione/sclerotizzazione del patrimonio lirico metterebbe in ansia anche i misoneisti più accaniti.

Però c’è un’altra possibilità che nei decenni scorsi ha soddisfatto a ritroso il nostro bisogno di esperienze nuove: è la riscoperta dei titoli dimenticati. Cosa sarebbe stata la nostra vita di spettatori senza, che ne so, il recupero delle opere di Lully o di Händel, del Rossini napoletano o del Verdi degli “anni di galera”? Purtroppo da qualche anno mi pare che anche questo fenomeno della sperimentazione all’indietro sia in netto calo, se non in estinzione, soprattutto in Italia. Saluto dunque con vivo entusiasmo la riproposta della Nonne sanglante di Gounod (1854) alla cui prova generale ho assistito il 31 maggio all’Opéra-Comique di Parigi.

Questo grand-opéra in cinque atti appartenente al genere “fantastico”, in cui riecheggia più di una volta la scena della “gola del lupo” del Freischütz di Weber, intrattiene un rapporto molto interessante con la musica di Verdi, come dimostrano i grandi concertati e l’inno del primo atto. Ma vale anche il contrario. I couplets del paggio, sbarazzino e ammiccante, che eccita la curiosità di tutti per poi non soddisfarla, è chiaramente il modello di “Saper vorreste”, la canzone che Oscar canta nell’ultimo atto del Ballo in maschera verdiano (1859). A interpretare “en travesti” questo ruolo era il delizioso soprano Jodie Devos che è stato molto applaudito come tutta l’ottima troupe che ha eseguito l’opera (tra cui il tenore Michael Spyres).

Un altro motivo di grande interesse è l’uso del clarinetto basso associato al personaggio del fantasma della monaca, uno strumento che si ritrova in bella vista anche nella Maria di Rudenz di Donizetti (nel II atto), che guarda caso condivide con l’opera di Gounod la fonte letteraria (un adattamento teatrale del famoso romanzo inglese The Monk di M. G. Lewis).

Il piacere di questa e tante altre riscoperte si deve all’azione di una fondazione francese, il Palazzetto Bru Zane-Centre de Musique Romantique Française, il cui compito è quello di riscoprire quella terra ancora in gran parte incognita che è l’Ottocento musicale dei nostri cugini d’oltralpe. Di questa benemerita istituzione mi vanto di essere collaboratore, ma come italiano la invidio profondamente. “Saper vorreste” la ragione della mia invidia? “Vous ne le saurez pas”, come dice il paggio di Gounod. Tanto, per dirla con Figaro, “già ognuno lo sa”.

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