Autore: Elisabetta Ragusa

La cascata di stelle di Natale e la miriade di minuscole luci che inondano la facciata del Teatro Massimo sono quasi un preludio per le atmosfere da Belle Èpoque di una “Bohème” che già tre anni fa aveva riempito gli occhi e i cuori dei suoi spettatori e che adesso torna a commuovere nel fortunato allestimento palermitano, nato con la regia di Mario Pontiggia qui ripresa da Angelica Dettori.

Un allestimento tradizionale o, per meglio dire, fedele, testuale, in linea con le indicazioni del libretto è la cifra stilistica di questa messinscena che ci risucchia all’interno della vicenda narrata per stabilire da subito un contatto intimo con i suoi personaggi.

Già alle prime battute dell’opera infatti, complice anche l’attacco sicuro di Daniel Oren sul podio, lo spettatore ha l’impressione di piombare improvvisamente in quella “vita gaia e terribile” che Murger aveva dipinto per i suoi personaggi e che Puccini aveva poi ricalcato servendosi di una tavolozza timbrica ricca di suoni nuovi e intensamente evocativi, gli stessi che l’Orchestra del Teatro Massimo dispiega con opportuni mutamenti d’intensità durante tutto il flusso musicale dell’opera.

Nel primo quadro stiamo già tremando dal freddo con Rodolfo e Marcello quando, nel loro intreccio vocale, subito ci riscaldiamo: la sintonia dei due timbri, da un lato quello ampio e lucente del tenore Matthew Polenzani, dall’altro quello caldo e vibrante del baritono Vincenzo Taormina, trova un perfetto riscontro nell’intesa drammaturgia dei due attori, riuscendo così in un attimo a veicolare un’immagine di amicizia basata sulla condivisione di una vita semplice ma allo stesso tempo ricca di profondi ideali; in poche parole l’idea di fondo di tutto il dramma.

La soffitta del primo quadro è anche il luogo dove si accende la passione tra Rodolfo e Mimì: mentre al buio entrambi fingono di cercare la chiave della stanza, il bagliore della luna piena, così ben realizzato da Bruno Ciulli, si diffonde attraverso le vetrate, proiettando il suo chiarore sui due innamorati. L’intimità del momento è suggellata dal dialogo musicale dei due protagonisti nel quale la delicatezza del timbro sopranile di Valeria Sepe (chiamata a sostituire l’indisposta Marina Rebeka), viene sostenuta e arricchita dall’abilità tecnica di Polenzani, suscitando una calorosa e condivisibile acclamazione a scena aperta da parte del pubblico.

Se il primo quadro è presentazione meticolosa dei personaggi nella loro dimensione intima e individuale, il secondo rappresenta gli stessi nel turbinio della vita sociale parigina. Le scene ed i costumi di Francesco Zito (con l’assistenza di Antonella Conte e Chicca Ruocco) esplodono di colore tra la folla eterogenea del Quartiere Latino, mentre, grazie alle ottime performances del Coro e del Coro di voci bianche del Teatro Massimo, rispettivamente diretti dai Maestri Piero Monti e Salvatore Punturo, prendono forma i molteplici personaggi che popolano la vigilia di Natale davanti al Caffè Momus. Tra questi si fa avanti una Musetta spigliata sulla scena e vocalmente impersonata dalla palermitana Jessica Nuccio che regala al pubblico un’interpretazione leggera e disinvolta ma anche drammatica e risoluta nei momenti più cupi della vicenda.

Vero e proprio momento introspettivo dell’opera, il terzo quadro è forse quello in cui si raggiunge la sintesi più raffinata tra l’architettura musicale e quella visiva della scena, teatro dello struggimento generale per la notizia della malattia di Mimì: al continuo intreccio melodico che Oren sostiene con visibile determinazione, porgendo l’avvicendarsi dei temi in partitura come una quarta dimensione incarnata dall’orchestra, risponde il reticolo degli eleganti boulevard parigini della barriera d’Enfer, dove la neve cade lieve creando una coltre impalpabile che unisce i diversi piani prospettici riportandoli al centro focale costituito dal piccolo spiazzo del Cabaret , crocevia di molteplici esistenze cui si intrecciano quelle dei nostri protagonisti.

L’ultimo quadro dell’opera, in cui il coinvolgimento emotivo raggiunge il suo culmine più alto, è anche quello che suggella il legame fraterno dei quattro amici della soffitta parigina: Colline e Schaunard, interpretati rispettivamente dal basso Marko Mimica e dal baritono Christian Senn, riescono a passare dalla frivolezza di finti ballerini di una quadriglia improvvisata all’espressività tragica di amici commossi al capezzale della sventurata protagonista.

Completano il cast Angelo Nardinocchi (Benoît/Alcindoro), Pietro Luppina (Parpignol), Giuseppe Toia (Sergente dei doganieri), Gaetano Triscari (Un doganiere), Alfio Marletta (Un venditore di prugne).

Immagine Ph. Rosellina Garbo

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