Autore: Biagio Scuderi

Direttore specializzato nel repertorio barocco, Antonio Florio sarà protagonista a Milano con la Cappella neapolitana, il prossimo 18 dicembre, per il Concerto di Natale della Società del Quartetto.

Il concerto di Natale che vede lei e la cappella neapolitana protagonisti è un omaggio a Napoli, la sua città d’elezione. Cosa la lega in modo così forte a Napoli?

«Ho sempre nutrito istintivamente un interesse per la “scuola napoletana” fin da quando ero studente al Conservatorio di Bari allora diretto da Nino Rota. Dopo tre diplomi spostatomi a studiare a Roma mi sono ritrovato per una serie di fortunate coincidenze a contatto vivo con quel repertorio: alla fine degli anni ’70 ho avviato una collaborazione con Roberto De Simone e ho potuto così conoscere Peppe Barra e Pino De Vittorio: il sodalizio con quest’ultimo straordinario cantante-attore è continuato poi fino ai nostri giorni. Decisivo è stato il mio ingresso negli anni ’80 come insegnante al Conservatorio di Napoli avendo accesso alla storica biblioteca, dove ho ritrovato l’antico collega di studi Dinko Fabris che da musicologo esplorava lo stesso repertorio e anche questo sodalizio continua tuttora. Nel 1987 decisi con i miei studenti di allora di creare un gruppo di strumenti antichi per eseguire “La Colomba ferita” il capolavoro di Francesco Provenzale appena ritrovato in quella biblioteca e così nacque la Cappella della Pietà dei Turchini, con cui ho girato il mondo registrando decine di dischi e, pur costretto da una meschina azione legale a cambiare il nome in Cappella Neapolitana (ma con gli stessi interpreti e la consulenza di Fabris), continuo tuttora la stessa opera di scoperta musicologica, studio e diffusione dei tesori della musica napoletana che mi ha portato a firmare oltre 50 cd».

Altra forte passione è quella per il Barocco. Cosa la attrae di questo repertorio? Quali i punti di forza e quali, se ci sono, quelli di debolezza rispetto al sentire contemporaneo?

«Il barocco napoletano ha una sua particolare espressione, come lo è l’impatto della pittura o dell’architettura che già i viaggiatori giudicavano come uniche al mondo. Ma direi che la mia è una curiosità onnivora per la musica bella e ingiustamente poco nota. Sono andato con i miei musicisti indietro nel tempo fino al Quattrocento aragonese ed avanti fino ai salotti napoletani dell’Ottocento, ma ho molte altre passioni musicali insolite: per esempio la musica francese, non solo Debussy e Ravel ma anche il corpus di melodies francesi del XIX e XX secolo. Tornando al barocco napoletano, sono felice di poter oggi trasferire i risultati di quasi quarant’anni di ricerche e appunto “passione” nell’insegnamento: dirigo un master di II livello in musica antica al Conservatorio di Napoli, dove abbiamo appena ospitato l’Orchestra barocca dei conservatori italiani che ho diretto in due intermezzi buffi napoletani, e al teatro San Carlo abbiamo inaugurato con il capolavoro inedito di Vinci “Siroe re di Persia” un nuovo corso con l’ottima Orchestra del teatro interessata a perfezionarsi in campo barocco: un’esperienza accolta con grande successo».

Caresana, Netti, Fago, Scarlatti. Quali le peculiarità di questi artisti in programma?

«Il programma racconta quella fase di passaggio nella storia della musica napoletana tra Sei e Settecento che vide da una parte la creazione di una vera “scuola” da parte del più grande autore locale, Francesco Provenzale, e dall’altra l’internazionalizzazione della produzione napoletana grazie all’arrivo di Alessandro Scarlatti dal 1683. Il palermitano non insegnò mai nei conservatori e dovette adeguarsi alla situazione locale per imporsi, mentre l’insegnamento di Provenzale portò attraverso i suoi collaboratori fedeli e allievi diretti (Caresana e Veneziano, Netti, Fago, Greco) alla trasmissione di quella “scuola” seicentesca al pieno Settecento: allievi dei suoi allievi furono nel tempo Leo, Porpora, Vinci, Pergolesi e cosi via. Il programma propone appunto uno stimolante confronto tra la “scuola” di Provenzale e la personalità di Scarlatti, tra “local” e “global” diremmo oggi. E c’è ancora molto da scoprire tra questi allievi indigeni, soprattutto a partire da Caresana».

Prossimi progetti?

«Ho appena terminato la terza edizione di una mia rassegna di musica antica presso la “Domus Ars” nel cuore di Napoli intitolata “Sicut Sagittae” e, in attesa di preparare la prossima sempre con preziose rarità, mi sto concentrando nei prossimi mesi su progetti entusiasmanti: continuerà la feconda collaborazione con l’Associazione Scarlatti Ente Morale di Napoli, con cui per il nono anno proseguo lo “Scarlatti-Lab” (un laboratorio didattico con i nostri studenti avanzati e ospiti di altre istituzioni, codiretto da me e Fabris) oltre all’esecuzione commissionatami per il centenario dell’Associazione del “Marc’Antonio e Cleopatra” di Hasse, in co-produzione con il teatro di Clermont-Ferrand. Aprile 2019 sarà dedicato alla direzione artistica Festival di Cracovia “Misteria Paschalia”, dove una delle tre produzioni da me dirette con musiche del quasi sconosciuto napoletano Antonio Nola sarà registrata in disco. Infine continuerà la collaborazione che ho avviato con lo straordinario tenore Ian Bostridge per vari concerti e l’incisione di un disco. Con altri teatri e festival europei stiamo perfezionando i termini di collaborazione ma vorrei segnalare con piacere l’invito a partecipare al prossimo Festival Duni di Matera per l’anno della capitale europea della cultura ed un entusiasmante progetto che mi vede coinvolto con la Tunisia. Napoli significa per me anche Mediterraneo».

Info quartettomilano.it

Immagine di copertina Ph. javier hernandez

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