Autore: Biagio Scuderi

I Conservatori italiani, case della musica dove i ragazzi di ogni età imparano a suonare uno strumento, sono istituzioni ricche di potenzialità che vanno ben oltre la semplice didattica. Non a caso il legislatore già nel 1999, con la Legge di riforma 508, aveva affiancato all’attività meramente formativa quelle di ricerca e produzione. Case della musica, quindi, a 360 gradi, con proprie stagioni di concerti, ma non solo. È su questo terreno che, grazie alla forza progettuale della Direzione generale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, negli ultimi anni sono state fondate ben tre Orchestre Nazionali dei Conservatori: una Sinfonica, una Barocca e una Jazz. Di questo (e altro) abbiamo parlato con Cristina Frosini, Direttore del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano dove, tra l’altro, si trova in residence l’Orchestra Nazionale Jazz.

Direttore Frosini, partiamo proprio dal progetto delle Orchestre Nazionali…

«Le tre Orchestre sono un progetto del Dipartimento per l’Istruzione Superiore e Ricerca del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ogni orchestra è in residence per tre anni in un Conservatorio. Quindi, l’Orchestra Nazionale Sinfonica dei Conservatori Italiani (ONCI) ha sede a Latina, l’Orchestra Nazionale Jazz dei Conservatori ha sede a Milano e l’Orchestra Nazionale Barocca dei Conservatori ha sede a Palermo. Per tre anni il Conservatorio di riferimento gestisce la compagine sia da un punto di vista amministrativo sia da un punto di vista artistico, per quanto tutte le scelte vengano sempre condivise con un comitato ministeriale.

A Milano, dal 2016, è in residenza l’Orchestra Nazionale Jazz dei Conservatori per la quale, l’anno scorso, sono state indette delle audizioni nazionali. Abbiamo strumentisti e cantanti selezionati da una trentina di Conservatori. I ragazzi possono restare in orchestra finché sono iscritti in Conservatorio. Questo comporta spesso cambiamenti per la compagine: da un lato la fatica di ricominciare il lavoro quando magari il repertorio ha trovato una propria stabilità; dall’altro la possibilità per tanti studenti di confrontarsi con colleghi provenienti da realtà diverse dalla propria.  Recentemente, a Tel Aviv, abbiamo sperimentato con successo anche un organico ridotto, la Sax Jazz Orchestra, una formazione molto agile di circa una decina di ragazzi».

Come mai siete andati a Tel Aviv?

«Siamo stati a Tel Aviv in occasione di un doppio evento organizzato dall’Ambasciata italiana per la Festa della Repubblica. I ragazzi sono stati protagonisti di una manifestazione ufficiale, durante la quale hanno proposto un programma di standard della grande tradizione jazzistica. Molto suggestivo anche il concerto sulla spiaggia di Tel Aviv, che si è tenuto il giorno successivo alla Festa della Repubblica».

A Milano, tra l’altro, avete anche la “vostra” Orchestra Jazz…

«Sì, la Verdi Jazz Orchestra. Non c’è “conflitto di interesse”, nel senso che ognuna delle due formazioni ha il proprio terreno d’elezione: la Verdi Jazz Orchestra si esibisce per lo più a Milano ed è costituita interamente da nostri allievi; l’Orchestra Nazionale Jazz, come dicevamo, raccoglie talenti da tutti i Conservatori italiani. A Milano abbiamo poi in lavorazione un progetto per la formazione di un’Orchestra Sinfonica stabile: indiremo a breve le audizioni. Primi direttori ospiti saranno Fabio Luisi e Michele Mariotti. È un progetto in cui credo molto».

Un Conservatorio così potrebbe sembrare un ente di produzione…

«“Le istituzioni di Alta Formazione Artistico Musicale [tra cui i Conservatori, ndr.] sono sedi primarie di alta formazione, di specializzazione e di ricerca nel settore artistico e musicale, e svolgono correlate attività di produzione”: recita la Legge 508. Più chiaro di così… Annualmente al Conservatorio di Milano abbiamo in programma circa 250 concerti/eventi. Tra questi spiccano i titoli operistici: ultimi in ordine di tempo Billy Budd di Ghedini e Suor Angelica di Puccini; in programmazione nel prossimo autunno La cambiale di matrimonio di Rossini e due melologhi, la cui scrittura abbiamo affidato ai nostri studenti di composizione. Anche i progetti di ricerca sfociano spesso in produzioni: pensiamo solo al Prometeo di Skrjabin andato in scena in Sala Verdi dopo una giornata di convegno dedicata a Visual Music e Sound Art».

Qual è lo stato di salute dei Conservatori? Vengono annunciate periodicamente leggi di riforma, statizzazioni degli ex pareggiati, norme sul reclutamento dei docenti ma poi non sembra si arrivi mai a un punto fermo…

«In effetti, per quanto molto si sia fatto, c’è ancora molto da fare. Quest’anno si è sbloccata la situazione dei bienni: da sperimentali sono diventati ordinamentali. Dal prossimo anno i corsi preaccademici saranno sostituiti dai corsi propedeutici: corsi pre-AFAM preparatori ai corsi accademici. Un nodo ineludibile rimane quello del reclutamento dei docenti. In questo momento siamo 77 Istituti Superiori di Studi Musicali, un numero che merita una riflessione, anche in relazione a quanto accade negli altri paesi europei ed extraeuropei».

Possiamo chiarire, una volta per tutte, come si dovrebbe declinare il percorso formativo?

«Innanzitutto una premessa: la formazione musicale è davvero unica nel suo genere, potremmo paragonare la formazione dei musicisti a quella degli atleti. Ovvero, fuor di metafora: un tipo di formazione che deve iniziare molto presto. Per questo motivo, nelle intenzioni del legislatore gli studi musicali dovrebbero iniziare nella scuola secondaria di primo grado. A seguire i licei musicali, rispetto ai quali un recente decreto ha stabilito il livello richiesto agli studenti in uscita.

Allo studio anche percorsi per “giovani talenti”, tutti da strutturare, destinati ai ragazzi che pur non avendo raggiunto l’età per il conseguimento della maturità, abbiano già raggiunto un livello negli studi musicali equiparabile a quello richiesto agli studenti dei corsi accademici. Rispetto a questo quadro, tengo molto in questa occasione a ringraziare la Direzione generale del Ministero, nella persona della Dottoressa Maria Letizia Melina, che ha impresso grande dinamismo al nostro settore, riuscendo a sbloccare tante questioni importanti».

Insomma, difficile la vita di un Direttore di Conservatorio…

«Le devo dire che il Conservatorio, nonostante tutte le criticità a cui abbiamo accennato, rimane un luogo denso di stimoli, affascinante, coinvolgente, totalizzante. Io sento un forte senso di appartenenza, cresciuto certamente negli anni e con gli anni. Diversa la prospettiva che avevo quand’ero studente. Ciò che mi fa capire le intemperanze e le distanze di alcuni allievi che non vivono il legame con il Conservatorio con la mia stessa intensità. A loro mi permetto di dire che quel legame col tempo potrà solo crescere e rafforzarsi: è quasi inevitabile che questo accada in una “scuola” in cui il percorso di studi non è solo formativo, ma professionalizzante».

Tornando alle Orchestre: prossimi appuntamenti?

«Moltissimi. Partiamo da quelli in programma a Spoleto, per il Festival dei 2 Mondi: il 30 giugno e l’1 luglio si è esibita l’Orchestra Sinfonica Nazionale dei Conservatori, diretta da Benedetto Montebello, in programma anche Le quattro stagioni di Vivaldi; il 14 toccherà all’Orchestra Nazionale Barocca diretta da Alessandro Quarta, in programma Laude, Sonate, Canzoni e Arie dell’Oratorio romano; il 15 all’Orchestra Nazionale Jazz diretta da Riccardo Luppi.

Per l’Orchestra Nazionale Jazz, che sento particolarmente vicina, sarà questa l’ultima tappa di un tour che a partire dal 7 luglio vedrà la formazione esibirsi su prestigiosi palcoscenici del panorama jazzistico nazionale diretta da Pino Jodice: prime tappe l’Auditorium Flaiano di Pescara il 7 luglio, Palazzo Chigi ad Ariccia l’8 luglio. Quindi l’Orchestra sarà all’Aquila il 9 luglio, a Civitella del Tronto e a Chieti l’11 e il 12 luglio.

Vi aspettiamo poi a Milano in ottobre per un altro bellissimo progetto: avremo ospite nientemeno che John Surman e i ragazzi dell’Orchestra Nazionale Jazz dei Conservatori suoneranno alcuni suoi arrangiamenti».

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