Autore: Alessandro Tommasi

Joshua Bell ha avuto modo negli anni di divenire una delle vere e proprie icone del violino. Non solo come esecutore: le sue attività come alfiere del violino e della musica classica lo hanno visto passare con disinvoltura dal cinema alla divulgazione, dai visori VR alle stazioni della metro (celebre l’esperimento del Washington Post del 2007). L’opportunità di intervistarlo arriva il 21 febbraio a Roma, in occasione della sua esecuzione del Concerto per violino di Dvořák con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Jakub Hrůša (in programma anche le Danze Ungheresi di Brahms orchestrate da Dvořák e l’ampia suite da Romeo e Giulietta di Prokof’ev curata dallo stesso Hrůša).

Maestro Bell, in passato lei ha affermato di ritenere la musica «una forza culturale unificatrice», perché?

Affermare che la musica sia un linguaggio universale può essere un po’ un cliché. Sicuramente la scelta dei termini è scorretta, ma essendo la musica così astratta essa si connette a livello cerebrale senza l’utilizzo di una lingua. In questo senso, ogni cultura può ascoltare la musica di qualsiasi altra cultura e provare emozioni, anche se non si comprendono tutti i dettagli di quella dialettica. Qui credo che risieda l’aspetto più unificatore della musica. Ne abbiamo un esempio oggi quando vediamo un’orchestra formata da musicisti israeliani e palestinesi, ma ne ebbi un assaggio ancora quand’ero ventiduenne e feci una tournée con la Soviet American Youth Orchestra. All’epoca era qualcosa di speciale: c’era ancora la Guerra Fredda, i rapporti tra America e Unione Sovietica non erano esattamente amichevoli, ma la musica riusciva a portarci insieme, a mostrare l’umanità condivisa. Ecco, questo è ciò che fa la musica: ci dà un senso di umanità. Lo fa l’arte in generale, ma credo che la musica lo faccia in modo più diretto e profondo. Anche se ovviamente sono di parte! Però bisogna considerare che nella musica entra in gioco anche il fenomeno dell’interpretazione, per cui ogni brano può essere riascoltato ancora e ancora. Cosa che magari non succede con i film, e io adoro il cinema, che magari puoi guardare una, due, tre volte, ma poi basta. Eccetto alcuni titoli, ovviamente.

Parlando di cinema, lei ha un rapporto piuttosto intenso con la musica da film.

Beh, penso che la musica svolga un servizio fantastico nei film, intensificando moltissimo l’esperienza! Ma il mio rapporto con il cinema e la musica da film è sempre stato sempre ottimo, fin dalla mia prima esperienza, The Red Violin. Che tra l’altro fu filmato in parte anche a Cremona! Lì le meravigliose musiche di John Corigliano divennero poi anche un brano da concerto, uscendo dalla dimensione della colonna sonora ed entrando nella sala da concerto. Veramente una bellissima esperienza. E poi il cinema è un ottimo modo per far raggiungere alla musica classica un pubblico più vasto.

Proprio a quello volevo arrivare: ritiene che la musica da film possa essere una chiave di accesso per un pubblico poco avvezzo alla sala da concerto?

Credo che la musica classica sia godibile da tutti, senza differenze. Ogni tanto le persone nemmeno se ne accorgono, ascoltano una colonna sonora di un film e ne sono emozionati. E non si rendono conto di star ascoltando musica classica, a volte anche contemporanea delle più ardue. Ecco, questa per me è una dimostrazione che noi musicisti dobbiamo fare molto di più per raggiungere un nuovo pubblico. Credo che tante persone siano intimorite dall’etichetta che i concerti si portano dietro e cerchino invece un ambiente in cui sentirsi a proprio agio. I Proms a Londra ne sono un esempio: con concerti classici, normalissimi, ogni sera riempiono la sala con 6000-7000 persone. Ma la sera successiva alla Royal Festival Hall, stesso programma, trovi 900 persone. C’è qualcosa che non funziona. Trovo poi interessante notare come personaggi quali, che so, Andrea Bocelli, riescano a raggiungere 40.000 persone, che ascoltano un suo concerto in silenzio e senza pensarci si fanno metà concerto di musica classica, emozionandosi e dimostrando una connessione con questo repertorio. Anche alcuni artisti classici avevano questo estro, basti pensare a Pavarotti, però tutti noi dobbiamo capire come coinvolgere quel pubblico, quello che va ai concerti di Bocelli, perché quello stesso pubblico adorerebbe ascoltare le Sinfonie di Čajkovskij, ma ancora non lo sa! So che in molti non apprezzerebbero queste affermazioni, vedendomi troppo “pop”.

Volevo proprio chiederlo, le è mai capitato di sentirsi dire che in quanto musicista dovrebbe solo pensare a suonare bene?

Parto dicendo che la mia priorità è profondamente egoista: quando suono non penso molto al pubblico. Certo la connessione tra palco e platea è importante, ma la mia connessione con la musica va al primo posto. Ciò detto, al secondo ci va sicuramente il pubblico! D’altronde, se non avessi pubblico, non avrei un lavoro! Sarei senz’altro felice se mi pagassero abbastanza da viver bene facendo solo concerti alla Wigmore Hall, ogni sera, 600 persone, la migliore musica da camera e solo pubblico devoto. Ma non funziona così, dobbiamo continuare a espandere il nostro pubblico ed è fondamentale farlo evitando di svalutare la musica. Questo è il problema: alcuni si confondono quando dico che dobbiamo raggiungere una platea più vasta. Non intendo certo dire che dobbiamo fare come Bocelli, intendo dire che noi musicisti classici, con i nostri strumenti, dobbiamo capire come raggiungere un nuovo pubblico. Odio profondamente quando la musica viene trasformata in uno spettacolo da quattro soldi con la scusa del pubblico. Non è ciò di cui la musica ha bisogno.

E come si fa dunque a evitare di svendere la musica, rimanendo comunque semplici e permettendo ad un maggior numero di persone di connettersi?

Penso che ci siano diverse strade. In primo luogo, bisogna partire dai ragazzi. Se non hanno musica a scuola o a casa, se non hanno proprio musica nella loro vita finché non crescono, è assai difficile che riescano a connettervisi quando diventano adulti. Una delle ragioni per cui molte donne vanno a vedere il balletto è perché hanno studiato danza quando erano bambine e il balletto si rifà ad una cultura in cui sono cresciute. In Germania le persone crescono con la musica, ogni tassista sa chi sia Beethoven. In altri stati non hanno mai sentito nominare Mozart. E poi la musica è fantastica per i più piccoli, insegna così tanto! A New York sono molto attivo nella promozione di progetti musicali per le scuole e capita di andare anche nelle scuole più complesse, con situazioni familiari disastrose e moltissime minoranze. Dando in mano agli studenti di quelle stesse scuole un violino, la frequenza scolastica è passata dal 65 al 90%: qualcosa di folle. E tutto perché iniziando a far musica, hanno cominciato a sentirsi bene, a godersi il suonare insieme. E al contempo hanno imparato molto sulle lingue, sulla matematica, sulla geometria, sulle scienze. Suonare insieme, poi, è una lezione importantissima specialmente adesso, in cui si tende sempre più a vivere nel proprio piccolo mondo. Credo che alcuni giovani non abbiano proprio idea rispetto a dove partire per interagire tra loro e la musica è uno strumento fantastico per questo. Più passa il tempo più sono convinto che le scuole dovrebbero usare la musica come base per l’apprendimento. E per noi musicisti significherebbe anche un futuro pubblico.

E per i non-bambini? C’è ancora speranza?

Certo, trovare altri approcci è fondamentale. Pensiamoci: una delle principali ragioni per cui un ragazzo va a un concerto pop è perché ci vanno i suoi amici. E se i suoi amici ci vanno, allora sente di essere parte di una cultura comune. Se un giovane andasse in una sala da concerto si sentirebbe spaesato, l’unico ragazzo in mezzo a tanti vecchi! Trovare un modo per portare molti ragazzi, magari con un approccio fresco e divertente pur proponendo musica assolutamente classica, parlando di ciò che si sta per suonare, tanto per fare un esempio. O ancora riducendo alcune formalità: mi è capitato di suonare con direttori d’orchestra che, appena sentivano qualche applauso scattare dopo il primo movimento, si giravano verso il pubblico e gli intimavano di tacere. È terrificante! Primo, non è storicamente accurato, secondo, è un insulto nei miei confronti perché ho appena suonato un difficile movimento di concerto e stai dicendo al pubblico che non può applaudirmi e terzo, spaventi le persone, che per esser presenti hanno anche pagato un biglietto!

A proposito di altri approcci, lei segue anche diversi progetti legati alla tecnologia. Crede che anche quella possa essere una strada?

Io amo la tecnologia e da subito sono stato molto, molto interessato alla realtà virtuale e ai visori VR. Ho comprato il primo appena uscito e adesso ne ho tre diverse versioni! Per cui quando la Sony mi ha proposto di creare una demo per l’uscita del visore collegato alla Play Station, non mi son lasciato sfuggire l’occasione, non vedevo l’ora! Anche perché se non l’avessi fatto io – e se magari nessun altro musicista classico avesse accettato – avremmo perso un ulteriore spazio, lasciandolo solo a qualche artista pop. È importante tenere la musica classica viva, deve restare parte della cultura popolare e la tecnologia è oggi uno spazio da conquistare!

 

Immagine di copertina Ph. Musacchio, Ianniello & Pasqualin

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