Autore: Alessandro Bratus

Troppo facili i giochi di parole su Ronnie James Dio – leggendario cantante dei Rainbow di Ritchie Blackmore e dei Black Sabbath orfani di Ozzy Osborne, infine poi semplicemente leader del gruppo costruito intorno al suo nom de plume – specialmente se riguardano miracoli, prodigi o, come in questo caso, resurrezioni.

Dopo il debutto a sorpresa in chiusura al set della cover band ufficiale Dio Disciples all’Open Air Wacken Festival del 6 agosto 2016, l’ologramma del cantante sarà il protagonista di un vero e proprio tour mondiale a partire dal prossimo autunno. L’inizio è programmato per il 30 novembre a Helsinki, per poi proseguire con decine di date in tutto il mondo, organizzato dalla Eyellusion, la compagnia specializzata in performance virtuali – di cui è parte anche la vedova Wendy Dio – che ha annunciato a fine luglio il progetto “Dio Returns”. Ad accompagnare il simulacro del cantante, i musicisti dell’ultima incarnazione della sua band (Craig Goldy alla chitarra, Simon Wright alla batteria e Scott Warren alle tastiere), con l’aggiunta del bassista Bjorn Englen, con i Dio Disciples dal 2012.

Se in principio erano le virtual star e virtual band quali l’idolo del J-pop Atsune Miku o un progetto intermediale come i Gorillaz, la presenza della star principale di un concerto in forma di ologramma alza ulteriormente la posta di un gioco in cui la memoria dei performer della popular music si posiziona in un terreno eticamente pericoloso, tra le tentazioni della tecnologia e le ragioni del commercio. Piuttosto che censurare questo tipo di operazioni in quanto manovre puramente nostalgiche, bensì riconoscendo che ormai fanno parte dello scenario socio-tecnologico in cui ci troviamo immersi, è probabilmente più interessante chiederci quali trasformazioni, o quali meccanismi, sono sollecitati da simili operazioni. Una parte della risposta, probabilmente, si trova nel paradosso dell’autenticità in cui cadono, per un verso o per un altro, tutti i generi musicali: quello di essere un prodotto commerciale in cui i fan scelgono di credere come “vera” espressione di un autore, indipendentemente dal suo grado di artificialità più o meno apertamente espressa.  In questo caso si aggiunge un’ulteriore tessera in questo mosaico, ovvero il passaggio di uno spettacolo di questo tipo da evento eccezionale a parte di una routine.

I duetti con Snoop Dogg e Dr. Dre dell’ologramma d Tupac Shakur al Coachella Festival del 2012 hanno lasciato un segno indelebile nella pop culture contemporanea e nella riflessione accademica per la loro unicità, proprio per il fatto di essere stati concepiti come evento programmaticamente irripetibile. Diverso è il caso di un intero concerto, o di una tournée mondiale con decine di date che si ripetono ogni sera. La normalizzazione delle performance postume, con effetti che potrebbero via via diventare sempre più grotteschi, giocano proprio sul paradosso dell’autenticità rimettendo in circolo i prodotti di un’azione performativa originariamente diretta ai fan, ma animata – letteralmente – da una volontà eterodossa rispetto al soggetto che portano sul palco. La domanda che ci pongono questi eventi riguarda, prima di tutto, ciò a cui scegliamo di credere, e quanta parte della consapevolezza dello scenario tecnologico circostante e della sua struttura economico-industriale coscientemente scegliamo di cedere ai nostri consumi culturali quotidiani.

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