Autore: Alessandro Bratus

Lo scorso 22 aprile si è tenuta la decima edizione del Record Store Day, probabilmente la celebrazione più visibile della “resistenza alla smaterializzazione” all’opera nei circuiti di distribuzione e produzione della popular music. L’evento è nato nel 2008 per evidenziare l’importanza dei negozi di dischi indipendenti come luoghi di aggregazione e di cultura viva, in un mondo che già si prefigurava in profonda trasformazione per opera del passaggio al digitale. Mentre gli attori della discografia tradizionale si trasformavano in multinazionali dell’intrattenimento multimediale ad alto tasso tecnologico, la polvere e il peso degli scaffali, così come la rete di persone e iniziative che inevitabilmente si concentra intorno a luoghi in cui la passione per la musica si trasforma in momento di aggregazione e riconoscimento reciproco, diventavano il simbolo di pratiche culturali che è ancora possibile pensare come autentica espressione dello spazio in cui affondano le proprie radici.

Quanto tutto questo sia una costruzione culturale basata sulle categorie della nostalgia – che fa il paio, ad esempio, con il recente recupero del vinile come formato “per veri appassionati” – e quanto segnali invece la presenza di una reale alternativa alla concentrazione di potere economico e culturale nelle mani di poche industrie multinazionale, è argomento che non è possibile discutere nello spazio di queste righe. Quello che più realisticamente si può provare a fare, sulla scorta dei dati pubblicati sul sito ufficiale dell’iniziativa, è partire da qui per proporre un pensiero sullo stato di salute di quello che è il mondo della produzione e circolazione musicale “indipendente” in Europa e la posizione dell’Italia in questa geografia.

Se da un lato il nostro Paese figura al terzo posto assoluto per numero di aderenti (141) – dietro solamente a Regno Unito (237) e Germania (165) –, meno esaltanti sono le statistiche relative alla concentrazione di negozi (1 ogni 2.137 km², contro i 442 km² dei Paesi Bassi) e al rapporto con i numero di abitanti (1 ogni 429.000 abitanti,  circa quattro volte di meno del rapporto dell’Irlanda: 1 a 112.000). La fotografia che ne emerge dipinge un quadro contraddittorio. Da un lato la quantità di adesioni segnala la presenza di un humus ancora forte, probabilmente erede di una concentrazione dell’opposizione all’omologazione culturale ancora legata all’onda lunga dei movimenti ormai storicizzati dei tardi anni Settanta e dei tardi Novanta. Dall’altro lato emerge una strutturale indifferenza per la valorizzazione della multiformità e ricchezza che questi luoghi rappresentano per la vitalità culturale dei contesti locali, segnalata da una più scarsa densità e da una diffusione a macchia di leopardo sul territorio nazionale. Sarebbe bello pensare, come augurio per i prossimi dieci anni del Record Store Day, che questo possa essere uno dei punti da cui possa ripartire un discorso a tutto tondo sulla musica in quanto motore tanto per lo sviluppo di un’imprenditoria capace di valorizzare la cultura, ma soprattutto per il ripensamento della cultura non solo come patrimonio, bensì come fenomeno vivo e legato alle geografie umane della contemporaneità.

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