Torino: in scena l’Orfeo di Monteverdi con la regia di Alessio Pizzech

Biagio Scuderi by

Abile nel passare con disinvoltura dalla prosa alla lirica, dal barocco al contemporaneo, è uno dei registi del momento: stiamo parlando di Alessio Pizzech, impegnato dal 13 al 21 marzo al Teatro Regio di Torino con una nuova produzione dell’Orfeo di Monteverdi che si annuncia imperdibile. Sul podio, a guidare un cast stellare (tra gli altri Bacelli, Invernizzi, Borgioni), Antonio Florio, il direttore della Cappella Neapolitana (già Pietà de’ Turchini) che supporterà Orchestra e Coro del Regio per la realizzazione del basso continuo. Le scene sono di Davide Amadei, i costumi di Carla Ricotti, le coreografie di Isa Traversi. La recita inaugurale sarà trasmessa in diretta da Rai Radio3 ed Euroradio.

Qual è la cifra della sua interpretazione di Orfeo?

«La mia lettura intende valorizzare tutti gli aspetti simbolici di quest’opera, proponendo una metafora legata al passaggio delle stagioni: si parte dalla primavera e si arriva, alla fine, all’autunno dell’anima. Quindi le stagioni della natura come stagioni dell’uomo, del suo cuore, delle sue emozioni».

Come legge la relazione tra Orfeo ed Euridice?

«È una relazione quasi adolescenziale, loro non sono realmente consapevoli del sentimento che provano, e vedo Orfeo molto più proiettato verso la sua cetra, ovvero verso la sua palpitazione artistica. La felicità legata alla relazione con Euridice non mi pare sia colta fino in fondo e la morte di lei, la sua assenza, sarà per Orfeo un grande elemento di scoperta, un’esperienza che gli farà comprendere qualcosa di più di se stesso. Il loro amore è il vertice di un sentimento giovanile che si proietta verso la maturità affettiva».

Se non sbaglio questo è il suo primo Monteverdi…

«Sì, e sono molto emozionato nel mettere in scena quello che è il punto di origine della Storia dell’opera. Mentre ci lavori sopra rifletti inevitabilmente sul processo di evoluzione che da allora a oggi ha interessato quello che oggi chiamiamo melodramma. Immagini il momento in cui la parola detta diventa parola cantata sulla scena, immagini le percezioni interiori dello spettatore di quell’epoca. Quando sei sul palcoscenico senti questa vibrazione, avverti di toccare un punto di origine».

Da Monteverdi a Vittorio Montalti, in questi anni lei ha messo in scena partiture legate al Barocco, al Romanticismo, al contemporaneo; c’è una di queste epoche storiche che predilige? Dove si sente più a suo agio?

«Io mi trovo a mio agio quando cerco, in tutti i linguaggi. Evidentemente nel contemporaneo, come nel Barocco, hai la possibilità di lavorare maggiormente sulla destrutturazione del linguaggio. L’opera romantica, in un certo senso, è più rigida. Ciò che conta realmente è trovare un motivo di interesse rispetto al racconto che hai davanti, riuscrie a capire cosa di quel racconto si avvicina alla tua anima. A quel punto riesci a starci dentro».

(Immagine di copertina Ph. Barbara Rigon)

 

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