«Le opere non basta eseguirle, bisogna ripensarle»: Les p’tites Michu

Emilio Sala by

Sono stato ancora a Parigi. Il 27 giugno ho assistito alla rappresentazione di un’operetta di André Messager al Teatro dell’Athénée: Les p’tites Michu (1897). Una performance magnifica per l’omogeneità e l’affiatamento del collettivo coinvolto: vorrei indicare il lavoro della “Compagnie des Brigands” e del regista Rémy Barché come assolutamente esemplari.

Naturalmente includo nella splendida compagnia anche il piccolo ma impeccabile gruppo di musicisti diretti da Pierre Demoussand. Questo ritorno all’operetta con l’impegno artistico che merita mi sembra uno dei fenomeni musicali e teatrali più interessanti degli ultimi anni. Il Palazzetto Bru Zane ha ripreso per certi versi l’approccio alle operette di Offenbach del duo Marc Minkowski e Laurent Pelly, ma riconfigurandolo profondamente.

Se Minkowski e Pelly avevano dato spazio nella loro riscoperta di un altro modo di interpretare Offenbach a cantanti celebri come Felicity Lott, Michel Sénéchal o Nathalie Dessay, il Palazzetto Bru Zane punta su giovani cantanti-attori fuori dallo “star system” e sulla riproposta di titoli del tutto sconosciuti (o quasi). L’effetto dirompente – nel 2015 – di una riscoperta come quella dei Chevaliers de la table ronde di Hervé ha dato il giusto slancio a un’operazione tanto coraggiosa quanto sacrosanta: ripensare, e non solo eseguire, le opere in cartellone dovrebbe essere il fine principale di ogni programmazione artistica.

Ma veniamo alle P’tites Michu. La musica è elegante e raffinata (la “facilità” dell’operetta nasconde moltissime complicazioni), ma non è mai davvero graffiante. Dopo il trauma di Sedan e della Comune, prende piede in Francia un’operetta più rassicurante e nostalgica che darà alcuni frutti squisiti come ad esempio Ciboulette di Reynaldo Hahn (1923). Non che la satira presurrealista di Offenbach e Hervé sparisca: a ereditarne lo spirito sarcastico sarà Claude Terrasse, non a caso il musicista preferito di Jarry.

 

Qualcuno vorrebbe avvicinare Les p’tites Michu alla comicità “eversiva” di Terrasse, ma io credo che sia un errore: quella di Messager è una comicità finto-trasgressiva. La mise en scène dei “Brigands” ha cercato in ogni modo di evidenziare la componente licenziosa che aleggia intorno alle due sorelline sexy, ma tale licenziosità è una maschera sotto la quale si nasconde un determinismo sociale assai “reazionario”.

Basti un brevissimo riassunto della trama per spiegare quello che voglio dire. Le due sorelline appartengono a due classi sociali diverse: una è aristocratica, l’altra è plebea. Siamo durante il Terrore. Il marchese des Ifs deve emigrare per evitare la ghigliottina e lascia la figlia neonata a casa del Père Michu, un piccolo commerciante la cui moglie ha appena partorito una figlioletta. Blanche-Marie e Marie-Blanche credono di essere gemelle ma sono solo sorelle di latte. Diciassette anni dopo, nel 1810, il marchese des Ifs, diventato generale della grande armée, torna a riprendersi la figlia ma il Père Michu non sa più riconoscerla. Egli ha confuso le due neonate nella vasca, durante il loro primo bagnetto, e non sa più distinguerle. Per diciassette anni i coniugi Michu le hanno amate entrambe come figlie ed entrambe si sono amate come sorelle. All’apparenza, infatti, nulla può distinguere un’aristocratica da una plebea. Ma dopo una serie di esilaranti qui-pro-quo la promiscuità sociale lascia il posto alla “coazione del sangue”.

La classe sociale è inscritta nel “codice genetico” delle sorelline e dal loro comportamento emergerà chiaramente l’identità di ognuna. Fine della favola. Nell’età adulta Blanche-Marie e Marie-Blanche, che credevano di essere gemelle, scopriranno l’abisso che le separa. Mai sottovalutare il realismo del teatro d’evasione!

Immagini Ph. Nemo Perier Stefanovitch

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