Ogni cosa è illuminata: mix in pellicola di letteratura, cinema e musica

Samantha Colombo by

Dalle pagine dell’esordio letterario di Jonathan Safran Foer, “Ogni cosa è illuminata” arriva sul grande schermo nel 2005, per la regia di Liev Schreiber.

 

E non si tratta di una semplice trasposizione cinematografica, bensì di un vero e proprio labirinto di rimandi, sin dalle prime inquadrature: lo scrittore stesso compare in cameo, intento a ripulire dalle foglie secche le lapidi di un cimitero.

Però è Elijah Wood a dare il volto al protagonista, che affronta un lungo viaggio, verso oriente e a ritroso nel tempo, in Ucraina: il motivo?

Dipanare un antico mistero di famiglia, il salvataggio del nonno ebreo dai nazisti da parte di una misteriosa donna. Ad aiutarlo nella sua ricerca, tre personaggi bizzarri: un anziano signore cieco, la sua cagnetta guida e il nipote Alex, nonché voce narrante del film.

Proprio quest’ultimo personaggio è un altro riflesso del caleidoscopio di atmosfere di cui è intriso il film: è infatti interpretato da Eugene Hütz, anima dei Gogol Bordello.

Ed è proprio la band ad accogliere Foer in una stazione ucraina: spuntano imbracciando grancassa, violino, fisarmonica, tromba e tuba, esibendosi nell’inno degli Stati Uniti.

Nella colonna sonora del film sono presenti inoltre altri brani della band, quali Bublitschki e Start Wearing Purple (che sigla anche i titoli di coda), ma non solo: mentre il compositore Paul Cantelon cura la quasi totalità  dei brani, compaiono infatti altri nomi degni di nota.

Tra questi, i Leningrad, storico gruppo ska punk di San Pietroburgo, e la band ungherese Csokolom.

In sostanza, il film fonde in una sola pellicola letteratura, cinema e musica in un sogno tridimensionale, un viaggio indimenticabile a bordo di una Trabant tra luoghi suggestivi e memorie da proteggere.

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