In scena Discorso a due con Nazzareno Carusi e Vittorio Sgarbi

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Nazzareno Carusi e Vittorio Sgarbi tengono da anni il “Discorso a Due” andato in scena il 7 dicembre al Teatro Verdi di Salerno.

Il pianista abruzzese e il critico d’arte sono due grandi della cultura italiana e il loro interesse è dedicato a tutto campo. Forse a troppo campo, per l’incontenibile tendenza a dilagare. Di Sgarbi è discussa da decenni. Di Carusi ho già scritto, conoscendolo bene, la preoccupazione per un eccesso di eclettismo di cui però non riesco a fargli troppe colpe, perché tale è la sua natura. E se sono vere le voci che arrivano da Roma (Sgarbi dietro le quinte le dava per sicure, lui invece si è rifiutato di commentarle), in questo inizio di campagna elettorale la notizia che lo riguarda avrebbe del clamoroso.

Fra musica, poesia e arte figurativa, i due intrecciano dunque il loro “discorso” cominciando dai versi dedicati da Giovan Battista Strozzi all’Allegoria della Notte di Michelangelo. Lungo gli Anni di Pellegrinaggio di Liszt, dopo le soste sul Penseroso, sullo Sposalizio della Vergine di Raffaello e la Canzonetta del Salvator Rosa, passando per il Giudizio Universale arrivano a un melologo che interseca l’intero V Canto dell’Inferno alla Fantasia quasi Sonata “Dopo una lettura di Dante”.

Dal punto di vista pianistico Carusi, che è anche l’ideatore del “Discorso”, conferma la sua aristocrazia. Dello Sposalizio dipana una visione onirica, che nel finale trasfigura il poderoso (e tecnicamente perfetto) scampanio di ottave della mano sinistra in un diminuendo condito con un pedale nel quale la luce del Mi maggiore cala e riposa finalmente in un pianissimo appagante. Stessa pennellata nelle parole che dedica al dipinto Sgarbi, perfetto nel ruolo. Chi lo ha visto gridare in tv, non lo riconoscerebbe in questa veste nobile. E Carusi infatti gli dedica la Canzonetta: “Vado ben spesso cangiando loco, ma non so mai cangiar desio. Sempre l’istesso sarà il mio foco, e sarò sempre l’istesso anch’io”. Non c’è dubbio, spiega lodando l’amico al pubblico, che sia un ritratto ante litteram di Vittorio.

Ma il gioiello del recital è il melologo inventato dal pianista sulla Dante. Qui Carusi si immerge in una esecuzione travolgente per immagini sonore e sentimenti fatti sortire dalla tastiera. Per tutto, valga il Presto finale senza un tocco di pedale di risonanza, a secco come imprendibili scintille. Ci vuole coraggio ad affrontare così quelle quattro righe di salti sulla tastiera, dopo decine di pagine anche fisicamente sfiancanti. La sua Dante è un uragano di musica e poesia, cui la voce recitante di Sgarbi fa da compagna ideale. Dal pianoforte, a memoria e con dominio di sé, degli Anni di Pellegrinaggio, del Canto dantesco e dello stesso Sgarbi (a proposito, è lui a guardare il pianista di continuo, incredibilmente, aspettando il cenno dell’attacco come un discepolo guarda il suo maestro), Carusi tiene le fila senza battere ciglio né perdere un colpo. Non è da tutti ed è impressionante.

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