«Rossini, il mio maestro di canto»: il Faraone di Alex Esposito

Biagio Scuderi by

Dal 15 al 20 marzo Alex Esposito sarà protagonista al Teatro di San Carlo nel Mosè in Egitto di Rossini. Gli abbiamo chiesto di raccontarci quali sono le particolarità del ruolo e di svelarci i suoi prossimi impegni in agenda.

A marzo sarà protagonista al Teatro di San Carlo nel Mosè in Egitto di Rossini; quali sono le particolarità del ruolo del Faraone?

«Nonostante il ruolo non sia stato scritto per Galli o Benedetti, i due bassi che più si identificano con il Rossini serio di quegli anni, il ruolo del Faraone è uno di quelli che all’interno dell’opera rappresenta al meglio la scrittura rossiniana del periodo napoletano. Dal punto di vista psicologico è poi affascinante questo continuo tormento cambio di posizione nei confronti di Mosè e del suo popolo (Graham Vick insistette tantissimo su questo aspetto nella produzione pesarese: “Faraone vuole la cosa giusta per suo figlio e il suo popolo”) perché se da una parte vorrebbe con fermezza imporre la sua supremazia dall’altra subisce il potere di un Dio che dà continue prove di forza e superiorità. Ed è proprio questo combattimento interiore, che lo vedrà vinto alla fine… ma forse fin dall’inizio, viene espresso musicalmente da Rossini ed è uno dei molti casi in cui il pesarese richiede, accanto al controllo tecnico, il massimo delle possibilità espressive».

Lei canta frequentemente Rossini. Possiamo dire che il genio di Pesaro è il suo autore preferito? Cosa ama della sua scrittura?

«In realtà sono molti i compositori che amo, Rossini rappresenta una parte fondamentale della mia carriera, lo considero uno dei miei maestri di canto, posso dire che lo studio dei suoi ruoli è molto complesso e meticoloso. Sei vocalmente “nudo” e portato agli estremi delle tue possibilità vocali, in fase di studio ogni nota deve essere pensata e non essere messa a caso (con nessun compositore in realtà ma ancor meno con Rossini), ciò comporterebbe una sorta di “effetto domino” negativo e porterebbe a non arrivare in fondo al brano. Cantare Rossini è difficilissimo soprattutto quello serio ma regala molte soddisfazioni. La coloratura, infine, più che nel barocco, ha valore drammatico prima che ornamentale e le “raffiche” di note devono essere accompagnate da un marcato significato espressivo».

Prossimi impegni? 

«Molta Italia: Napoli appunto, Torino, Macerata, Venezia… Sono momenti difficili per i teatri italiani (meno di qualche anno fa fortunatamente), e la mancanza di fondi e sovvenzioni statali a volte porta a lavorare in condizioni non sempre ottimali. Ma siamo un grande paese e mi sento di farci parte in tutto e non scendo dalla barca , anche quando carica acqua. Siamo stati un grande paese per l’opera lirica e nell’ultimo periodo siamo tornati ad esserlo».

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