Principe libero: la vita di De André in una fiction

Vera Vecchiarelli by

La notizia di una fiction su Fabrizio De André si rincorreva, tra conferme e smentite, già da parecchio tempo. Alla fine è arrivata, preceduta da un’escalation di attese e indiscrezioni, da anticipazioni centellinate fotogramma per fotogramma e infine accolta da un grande successo di pubblico in sala, segni evidenti di un interesse ancora vivo per il cantautore genovese.

Il 23 e 24 gennaio scorsi è stato presentato nei cinema Fabrizio De André – Principe libero, diretto da Luca Facchini e prodotto da Nexo Digital, con Luca Marinelli, Ennio Fantastichini, Valentina Bellè, Elena Radonicich, Matteo Martari. Il film, prodotto da Rai Cinema e Bibi Film, nasce in realtà per il format televisivo: è stato infatti concepito come una fiction in due puntate, ed è in questa veste che sarà trasmesso su Rai 1 il 13 e il 14 febbraio.

Il film inizia con una scena familiare: è la trasposizione cinematografica di un video di fine anni Settanta, trasmesso numerose volte dai canali Rai. Siamo in Sardegna, all’Agnata, e De André, Dori Ghezzi e il giovane Cristiano cantano e suonano la canzone Rimini attorno a un tavolo insieme ad altri amici. L’adattamento di un filmato reale, parte integrante dell’immaginario collettivo legato all’artista, e la scelta di utilizzarlo in apertura sono dati significativi, sui quali è interessante soffermarsi brevemente. Lo spettatore è immediatamente portato a sovrapporre la situazione descritta a quella reale. In questo modo, la citata sequenza funziona come una rassicurazione, ovvero come una promessa di verosimiglianza rispetto a un’immagine già conosciuta e condivisa dai più.

La promessa di autenticità è un dato da non sottovalutare ed è un tratto distintivo che accomuna gran parte dei biopic a tema musicale; talmente importante da divenire in molti casi il principale metro di giudizio. Lo dimostrano le polemiche che hanno preceduto la presentazione del film e che, tanto per fare un esempio, prendevano di mira la mancanza dell’inflessione genovese nell’interpretazione di Luca Marinelli. L’oggetto del contendere riguardava infatti la veridicità della storia esposta, l’accuratezza del racconto, la difficoltà del rendere sullo schermo in modo efficace e “autentico” un personaggio tanto amato. Ecco perché l’intervento di Dori Ghezzi, guida preziosa e motore primo di tutta l’operazione, è divenuto ben presto una garanzia di autorevolezza a un progetto tanto ambizioso quanto delicato.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, quale sia il De André che si è scelto di raccontare. Rispetto a quale De André si vuole garantire una descrizione “autentica”? Se la citata scena di apertura offre un indizio importante in tal senso, il resto della storia non fa che confermare quanto intuito.

Il film percorre in modo efficace la vicenda biografica del cantautore, scegliendo il sequestro (avvenuto in Sardegna nel 1979) come punto di volta nella narrazione. Trovano ampio spazio i fatti personali, come il rapporto con i genitori e in particolare con il padre, gli anni passati a Genova e le amicizie di gioventù, l’avventura della tenuta agricola in Sardegna, le relazioni con le due mogli. È piuttosto nella colonna sonora, quasi interamente a firma De André, che vengono rievocate le tappe principali della sua attività artistica. La dialettica tra scene e musiche segue spesso una logica cronologica, a volte tematica (come nel caso della venditrice di pesce, evidente riferimento a Crêuza de mä, ad accompagnare le immagini del porto di Genova), altre di pura ambientazione sonora, priva di legami evidenti con il periodo di composizione o con il tema trattato nella canzone.

È nello scorrere parallelo dei due binari narrativi – quello della storia personale e quello della narrazione musicale – che si svela l’obiettivo degli autori: raccontare fedelmente non tanto l’uomo, quanto il soggetto artistico; quello che De André ha voluto raccontarci di sé con le sue canzoni, ma anche quello che egli rappresenta nell’immaginario collettivo. In tal senso l’obiettivo è perfettamente raggiunto, poiché a essere rappresentato sullo schermo non è solo il dato biografico in modo asettico, ma lo sono anche i sogni, le aspirazioni e le fantasie così come si riflettono nella sua musica.

Il film offre l’occasione per riflettere sul rapporto tra biografia e canzone, un tema centrale nella ricezione non soltanto dell’opera di De André, ma più in generale di gran parte dei repertori cosiddetti popular. La scelta di concentrarsi sulla vicenda privata non è infatti casuale ma è testimonianza di un’attitudine piuttosto diffusa e condivisa a collegare la vicenda biografica a quella artistica secondo un continuo rapporto di causa/effetto; una dialettica che sembra assecondare quell’assunto secondo il quale le corrispondenze tra vita privata e operato artistico debbano per forza di cose offrire un valore aggiunto a quest’ultimo.

Questa dinamica è chiarita in maniera esemplare dal titolo del film. L’espressione “principe libero” deriva infatti dalla citazione del pirata Samuel Bellamy pubblicata sulla copertina del disco Le nuvole (1990): “io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. Le parole di Bellamy avevano una precisa funzione nell’ambito del progetto-disco: si collegavano direttamente al tema trattato, configurandosi dunque come una sorta di nota al margine allo stesso. Le nuvole parlava della distinzione tra quei personaggi di potere ingombranti e dannosi da un lato (le nuvole, appunto) e i figli del popolo dall’altro, questi ultimi sostanzialmente vittime del potere e incapaci di attuare una protesta concreta. In questa dicotomia piuttosto statica, il pirata Bellamy rappresentava l’incitazione alla protesta, alla sovversione di un ordine prestabilito. L’abbinamento delle parole di Bellamy alla figura di De André, e quindi la sovrapposizione tra opera e autore, per quanto suggestiva, è quindi frutto di un’operazione fatta a posteriori; ciò nonostante, la scelta appare convincente, poiché utile a sottolineare determinati tratti del personaggio De André così come è presentato nel biopic.

Bisogna però considerare che lo spunto biografico, quando presente, è soltanto una piccolissima parte di un processo molto più articolato. Per fare un esempio, le scene riguardanti le frequentazioni delle prostitute di Genova – e in generale di quei quartieri “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”, per dirla con le sue stesse parole – suggeriscono un immediato nesso con canzoni come Via del campo, notoriamente legate alla vita popolare delle crêuze genovesi. L’associazione è legittima, così come è veritiero lo spunto biografico. Allo stesso tempo, è importante prendere atto di come tali episodi fossero soltanto l’inizio di un percorso artistico complesso, fatto di ricerca, di fonti letterarie, musicali, di intreccio di citazioni e di rimandi; un percorso che emerge oggi con evidenza dagli studi sulla sua produzione e che sta rivelando sempre di più l’effettiva portata della sua esperienza artistica e culturale.

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