Nazzareno Carusi in recital all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi

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Abruzzese di Celano, nato a fine ’68 e diplomato con la menzione d’onore al conservatorio di Firenze negli anni d’oro della scuola di Lucia Passaglia; pupillo di Alexis Weissenberg, che si disse impressionato dai suoi doni artistici; allievo e assistente di Victor Merzhanov, leggenda del pianoforte russo del XX secolo che di lui parlava con ammirazione senza riserve, nell’ultimo anno Carusi è stato ospite delle stagioni del San Carlo, della Fenice, del Coliseo di Buenos Aires e della Wigmore Hall di Londra, con critiche che il quotidiano argentino La Nacion ha riassunto in un titolo bellissimo: “Un pianista nel regno delle libertà”.

Personalità anarchica e singolare che conosco bene, la sua, e ne fa un artista lontano dalle comuni strade musicali anche per la capacità di cimentarsi in ambiti diversi. Un eclettismo raro che però, se da un lato ha originato cose incantevoli come i duetti su Purcell, Schubert e Schumann col trombettista jazz Fabrizio Bosso e i recital teatrali “Discorso a due” (con Vittorio Sgarbi) e “Notturno a Shakespeare” (con Pietrangelo Buttafuoco), dall’altro ha teso a volgersi in colpevoli distrazioni. Come quando in primavera 2014, forse per l’amicizia che lo lega a Fedele Confalonieri, accettò da Berlusconi la nomina a Responsabile Nazionale Musica di Forza Italia senza riflettere sulle conseguenze di un’esposizione simile e venendo risucchiato nello squallore delle battaglie altrui sugli enti lirici. Acqua passata, per fortuna.

Dopo il successo (le cronache parlarono di nove milioni di spettatori) della partecipazione al programma tv Zelig nell’autunno 2008, con una Sonata K. 13 di Scarlatti eseguita in diretta e a perfezione mentre recitava una scenetta con Vanessa Incontrada e Claudio Bisio, e fino all’inizio del 2015 quando smise, prese “il vizio di scrivere”, come lui stesso ricorda quel periodo. La sua firma a viso aperto, caustica con chiunque, controcorrente, scomoda e non rivolta soltanto alla musica ma alla politica, all’attualità e al costume, compariva ogni settimana su stampa e televisione, di lui mostrando più l’aspetto intellettualmente inquieto, certamente profondo e generoso, ma polemico a volte oltre misura, di quello puramente artistico, che solo il suo modo di suonare rivela e che è invece, questo sì, straordinario. Un mondo musicale “ricco e geniale”, lo ha definito qualche settimana fa Franco Scala, fondatore dell’Accademia Pianistica Internazionale di Imola dove Carusi, oltre che al Conservatorio di Adria, insegna. E tale si è mostrato nel concerto parigino.

Il programma era sorprendente soprattutto nella prima parte, con l’alternarsi di quattro Preludi di Debussy, tutti dal primo Libro della raccolta, a tre Sonate di Domenico Scarlatti. Dai primi accordi delle “Danseuses de Delphes”, il cui suono ha interrotto con un uso inaudito della digitazione e del pedale che isolava completamente il legato della voce interna, Carusi ha sviluppato la sua lettura quasi smontando e riassemblando tutti i dettagli della partitura in una sorta di decostruzione ricostruttiva i cui vertici sono apparsi nella danza obliqua di “Les sons et les parfums tournent dans l’air du soir”, nel canto secco come il ghiaccio di “Des pas sur la neige” e, al contrario, nel pedale di risonanza abbassato lungo tutto il fortissimo prima, e il pianissimo dopo, del corale di accordi de “La cathédrale engloutie”, senza mai essere confuso grazie a un attacco netto e velocissimo del tasto, anche di braccio, che ricordava il suo maestro Weissenberg. Questo modo di eseguirlo e la sequenza magnifica con le Sonate K. 109, 20 e 8 hanno illuminato in Debussy non solo il formidabile impressionista noto a tutti, ma un inarrivabile architetto di sacelli dello spirito che sembravano avere, nelle miniature di Scarlatti, i visionari prodromi. Indimenticabile.

Nella seconda parte del programma Carusi ha eseguito i quattro Improvvisi op. 90 di Schubert, confermando una tenuta interpretativa e un pianismo stratosferici, che gli hanno consentito tempi dilatatissimi, ma tanto ben portati da non risultare capricci bensì necessità del canto. A queste lentezze, nelle cento vie che Schubert prende di quella che venne definita “divina lunghezza”, solo capacità musicali e strumentali superbe possono consentire una così totale aderenza formale e un così grande dominio emotivo. Al termine del terzo Improvviso, realmente di divina lunghezza, il pubblico che gremiva la sala, fin lì senza fiato, non è riuscito a trattenere un applauso a scena aperta.

Poi, sugli accordi finali del Quarto che chiudevano quaranta minuti di musica lunare, gli applausi sono durati moltissimo prima che Carusi, visibilmente stanco, concedesse per bis una sua trascrizione di “Playing love” di Ennio Morricone, dal film Il pianista sull’oceano. “Nella sua rassegnazione, è uno dei più bei notturni del Novecento”, ha detto. E ancora applausi a un virtuoso di finezza e geometria, cuore e ragione.

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