Maurizio Pollini: il suo Chopin

Alessandro Tommasi by

Di fronte ad un concerto interamente chopiniano di Maurizio Pollini è lecito porsi alcuni dubbi. Il repertorio tecnicamente impegnativo, la vitalità dello stile, le complesse richieste interpretative fatte da Chopin al suo interprete fanno desistere anche i pianisti più resistenti. Eppure Pollini ha scelto proprio Chopin per il suo recital romano del 4 dicembre e in ampie proporzioni. Il programma lo ha visto confrontarsi con i Notturni op. 27, Terza e Quarta Ballata, Berceuse e Primo Scherzo in prima parte, i Notturni op. 55 e Terza Sonata in seconda. Come bis, apparentemente infaticabile, l’intero Terzo Scherzo.

Dubbi, dicevo. Reggeranno le mani del pianista settantacinquenne a questo temibile programma? Devo ammettere che non partivo con le più rosee aspettative, ma sono stato ampiamente smentito. Pollini suona e suona ancora molto bene. Certo, l’infallibilità tecnica non è più una sua caratteristica, ma la sua mano destra, più dell’impacciata sinistra, ha mantenuto un’agilità che conosce poche incertezze e si riserva il rischio di correre e di rischiare, spesso con successo. La mente dell’interprete è ancora lì, lucida ed emozionale al tempo stesso. C’è una capacità di Pollini di emozionarsi ed emozionare per il procedimento logico e la solida costruzione drammatica che ha del miracoloso. Ogni suono cade nel punto giusto per rendere l’effetto drammatico desiderato, tenendo il pubblico sempre sulla corda nonostante la nota abitudine del musicista a non prendersi molti respiri.

C’è ovviamente della ruggine sugli ingranaggi, ruggine che si manifesta in improvvisi scatti, dinamici o tecnici, ma la fermezza con cui Pollini declama con tono drammatico e magniloquente ogni nota è impressionantemente vivida. La declamazione è forse una delle sue caratteristiche più connaturate, anche se l’età ha reso complesso al pianista lo scaricare completamente il peso sulla tastiera. Non si va ad un concerto di Pollini per ricercare il morbido canto o le eleganze timbriche, ogni nota è presa singolarmente e singolarmente scolpita in uno schema la cui logica comprendi senza capire. Questo è andato a scapito del legato, elemento non sicuramente trascurabile nel linguaggio di Chopin, che è invece emerso con più efficacia nella seconda parte, sui Notturni op. 55 e soprattutto sulla splendida Terza Sonata. Il suono di Pollini, forse superata la tensione della prima parte, è apparso sulla maestosa Sonata ben più morbido e assai meno scattoso rispetto alla prima, riuscendo a fondere l’acuto sguardo formale con una maggiore intensità lirica, che ha avuto soprattutto nel primo movimento il suo apice.

Forte declamazione, brillantezza tecnica nonostante tutto, consapevolezza della retorica, sguardo logico e formale, tutte queste caratteristiche passano tuttavia in secondo piano di fronte alla incredibile capacità di Maurizio Pollini di stare, semplicemente, sul palco. Fin dalla sua entrata a passi precisi e calibrati, non troppo lenti, non troppo affrettati, il pianista milanese ha dominato la scena col proprio carisma, con quella pacata sicurezza di sé e quella magnetica capacità di attirare sul proprio gesto ogni sguardo, ogni attenzione. È la storia del grande interprete, ma anche la natura del grande solista, che non concepisce la musica come un gioco cameristico, e qui il paragone con la quasi coetanea ed estroversa Martha Argerich viene spontaneo, ma come un viaggio introspettivo che accentra e trascina ogni ascoltatore dentro di sé. Può darsi che il Pollini del 4 dicembre sia stato un Pollini in buona serata, ma ogni accusa, ogni richiesta di ritiro ha da tacere: tutt’altro che infallibile ma tutt’altro che spento, dal grande pianista c’è ancora molto da imparare.

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