Intervista a Maurizio Baglini fondatore dell’Amiata Piano Festival

Gaetano Santangelo by

Alle nostre spalle Forum Fondazione Bertarelli comincia ad accogliere il pubblico che questa sera assisterà all’ultimo concerto della tredicesima edizione di Amiata Piano Festival.

L’ora d’inizio è fissata, come al solito per le 19. È un po’ insolita per le nostre abitudini cittadine. Eppure siamo in Toscana, a fine agosto e, se non è per ragioni logistiche o per lasciare agli spettatori il tempo di approfittare durante l’intervallo delle prelibatezze generosamente offerte dai nostri ospiti, possiamo pensare che sia stato scelto per farci ammirare l’incantevole tramonto visto da ColleMassari. Vigneti e oliveti si perdono tra le brume della sera, il profilo del monte Amiata e il Castello della famiglia Bertarelli sono altrettante prelibatezze per la vista e per la mente. Le fotografiamo per poter portare con noi almeno un pallido ricordo di quanto abbiamo potuto ammirare.

In questo luogo perfetto, autentico invito al relax, Maurizio Baglini ci ha dedicato un po’ del suo tempo prezioso, considerando gli impegni per le sue molteplici attività di pianista, manager e maratoneta (in senso pratico e metaforico).

Maestro in qualità di fondatore e direttore artistico del Festival lei è la persona più adatta a rispondere alla nostra curiosità. Che pubblico è questo, disposto ad affrontare l’indubbio disagio di una trasferta di molti chilometri, di lasciare col sole ancora alto i propri impegni e divertimenti per salire, fino a Montecucco per un concerto di musica classica?

«È un pubblico eterogeneo, e sta diventando più giovane, che è un’ottima cosa. Non significa che dobbiamo aspirare a una sorta di rottamazione. Il fatto certo è che aumenta visibilmente la presenza di spettatori di mezza età, e si vedono anche molti giovani».

In fondo è la mezza età quella in cui si comincia ad apprezzare la musica classica.

«Premesso che l’età media degli abbonati nella maggior parte dei casi supera i 60/65 anni, qui abbiamo un’età media che in alcune serate si è situata anche sotto i 40, come quando, per esempio, abbiamo proposto il crossover».

Come è stato forse il caso della serata dedicata al tango?

«Sì, il tango spesso è percepito come qualcosa di leggero. Noi abbiamo proposto un tango intellettualmente importante perché esplorava le origini musicali più che la danza: dall’Italia, passando per la Romania, arrivando in Argentina e tornando indietro. Io credo che il nostro obbiettivo non debba essere la quantità. Bisogna prima di tutto cercare di incuriosire il pubblico, poi la quantità arriva di conseguenza. Mi auguro che possa arrivare anche passando per il repertorio contemporaneo, perché quando si è visionari bisogna esserlo fino in fondo (Ciammarughi, Panfili, Molinelli, tanto per citare alcuni nomi presenti nei prohrammi n.d.r.) Abbiamo un auditorium di trecento posti e, negli ultimi due anni, una media di circa 250 spettatori paganti. Ora, fatte le debite proporzioni, a quanti spettatori corrisponderebbero in una città come Milano o Roma questi 250 di Poggi del Sasso? A novemila persone?»

Per concludere?

«Per concludere possiamo dire che certi risultati li ottieni solo se hai la voglia di andare avanti rispetto ai tempi. Essere in anticipo ed essere anche un po’ visionari. Poi la proposta può piacere o meno. Io non pretendo che piaccia a tutti. L’unanimità è impossibile da ottenere. Posso dire che il primo interesse personale, nel senso etimologico del termine, è quello di pensare al futuro costruendo un pubblico anagraficamente più giovane e che poi fra vent’anni possa ancora esistere, perché chi fa il mio mestiere ne ha bisogno. Il problema del mancato ricambio generazionale è una realtà di fatto percepito da tutti. Ragion per cui io faccio molta formazione, la faccio in Teatro (a Pordenone n.d.r.) e la faccio anche qua».

I termini ricorrenti nelle conversazioni con Maurizio Baglini che sembrano più di ogni altro avere importanza per lui sono: visionario e qualità. Come dire che con i tempi che corrono solo un visionario può perseguire il successo con la qualità. E dai dati sopra esposti non abbiamo dubbi: riuscirà a raggiungere i propri obbiettivi, ma con l’ausilio di Silvia Chiesa che, pur presentandosi alla ribalta solo con il suo violoncello, dietro le quinte e senza strumento è l’importante chiave di un autentico gioco di squadra. Maurizio, come Teseo si avventura nel labirinto del Minotauro, ma ha la fortuna di avere Silvia che, compagna anche nella vita, tiene il filo che lo riporta alla realtà. Ce lo conferma lo stesso Baglini:

«I meriti non sono solo miei, ma anche di Silvia Chiesa che ha avuto un potere di persuasione e di convincimento importante. Io credo di avere le idee creative e culturali, ma siamo una coppia nel lavoro e nella vita e se un merito ci si può riconoscere è stato che abbiamo insieme coinvolto nel nostro progetto Maria e Claudio Tipa e Maria Iris Bertarelli, le tre persone che hanno costituito la Fondazione Bertarelli per finanziare Amiata Piano Festival che hanno voluto sposare un progetto di qualità, non di quantità perché obbiettivamente avrebbero potuto optare per una musica più popolare, pop o commerciale che dir si voglia, per riempire ColleMassari di un pubblico diverso».

Infatti nei primi due cicli (Baccus ed Euterpe) il programma partiva, senza timore di perdere spettatori ma con un repertorio scelto con cura, con tre nomi fondamentali del Novecento storico: Malipiero, Casella e Prokofiev. Sono seguiti un concerto per corno e percussioni e una serata dedicata a Paganini. C’è stato poi il jazz con il Trio Pieranunzi, il Tango e una serata dedicata a Shakespeare con l’attore Enzo Decaro e il pianista Giovanni Bellucci. Da non sottovalutare in questi due cicli la presenza significativa del repertorio contemporaneo e del Novecento storico.

Il terzo ciclo, Dionisus, è stato particolarmente stimolante, per non dire spericolato. Vi si affrontava coraggiosamente, è il caso di dirlo, con maggior determinazione la sperimentazione, facendo ricorso nel concerto d’apertura a tre elementi: musica, computer e poesia.

La musica era quella di Schumann (Davidsbündlertänze e Carnaval) eseguita da Maurizio Baglini (l’attenzione quasi maniacale a ogni dettaglio, la ricerca del giusto peso di ogni singola nota, il discorso musicale sempre coerente con la poetica schumaniana sono stati la chiave di volta che ha affascinato gli spettatori), le poesie (lette dallo stesso autore) di Jean-Yves Clément, la computer grafica di Giuseppe Andrea L’Abbate. Il multimediale è una realtà di cui oggi ci serviamo anche con troppa disinvoltura e frequenza, la sperimentazione è un percorso inevitabile se si vogliono raggiungere nuovi traguardi, alla luce di questa esperienza, quali sono le sue conclusioni?

«Nel concerto che ha aperto l’ultimo ciclo Dionisus, un concerto in forma di spettacolo, ho voluto dare una visione di quello che Schumann forse avrebbe potuto fare con i mezzi di oggi. L’aveva già fatto duecento anni fa. Oggi che siamo nell’era del digitale ed esistono i sistemi multimediali è giusto usarli. Io ho bisogno di credere in quello che faccio. Come fai a essere convincente con una cosa in cui non credi. Ho visto nel multimediale Schumann che alcuni bambini presenti in sala sono rimasti a bocca aperta. Hanno ascoltato due ore di musica raffinata di un compositore della complessità di Schumann. Se avessi proposto lo stesso concerto senza il multimediale non credo che avrebbero avuto tanta pazienza. È ovvio che questo possa aver creato qualche dissenso in chi è abituato a sentire il concerto nella forma tradizionale. È quanto ha affermato una signora del pubblico “Bellissima esecuzione, ma avrei preferito un ascolto più tradizionale”. Questo lo capisco e probabilmente distrarrebbe anche me se fossi uno spettatore, ma dobbiamo uscire dalla logica di noi addetti ai lavori e ci metto anche lei dr.Santangelo, perché dovrei dire che visionario era anche lei quando portava negli anni ottanta i cd in edicola. Ci sarà stato qualcuno che quarant’anni fa ha pensato che lei era un pazzo».

Non vorrei parlare delle mie follie, ma visto che mi provoca direi che la follia non stava nel portare il cd in edicola, ma un repertorio come quello di Monteverdi, del Gregoriano, del Canto Ambrosiano, ecc. Oggi riconosco una buona dose di follia nel fare quello che lei sta facendo. Soprattutto nel costruire un ciclo dove si passa dal multimediale alle composizioni giovanili di Strauss dedicate agli ensemble di fiati, a proporre un orchestra di giovani nel Doppio di Brahms (con due impareggiabili soliste come Anna Tifu, Silvia Chiesa) e la quinta di Beethoven (l’Orchestra, diretta dal maestro Luciano Acocella, si chiama Senzaspine, tutta di under 35 e ha un nome che è già un programma ) e chiudere con i Concerti veneziani affidati alla sapienza di Zefiro, che non esito a definire uno degli ensemble barocchi più raffinati con strumenti d’epoca. Dal Novecento al Barocco: un cerchio perfetto che le è venuto bene come a Giotto. Non siamo forse nella sua terra? E lei non è forse pisano?

Per confermarle che riguardo alla follia potremmo costituire una bella coppia le dico che se avessi le possibilità porterei Amiata Piano Festival in tour per l’Italia, come esempio da seguire per molti di quelli che organizzano festival e stagioni concertistiche.

Ma sta per iniziare l’ultimo appuntamento, dobbiamo concludere. La domanda d’obbligo a questo punto è una: quale futuro si prepara per Amiata Piano Festival?

«Di progetti ce ne sono anche troppi. Noi stiamo già lavorando alle prossime date. L’ideale sarebbe di poter realizzare un festival itinerante per toccare i luoghi che hanno fatto parte della storia di Amiata Piano Festival. Però adesso c’è l’auditorium e non si può più usare la cantina di Casteldelpiano. Un altro sogno nel cassetto sarebbe di poter allargare la stagione a concerti invernali, perché abbiamo visto negli appuntamenti prenatalizi che la gente ne ha voglia e partecipa numerosa.

Mi piacerebbe, per esempio, fare un’opera in forma di concerto, perché non posso pretendere di poterla fare in forma scenica, in un auditorium nato per ospitare concerti. Poi quello che si può pensare per il futuro, ed è un mio sogno, è l’allargamento delle master-class legate al Festival. E perché non associare al Festival la presentazione di libri o cd …?

Dal primo cd live per Amadaeus, dedicato a Fauré, e registrato tra i cartoni di vino della cantina di Casteldelpiano, molto tempo è trascorso. Oggi possiamo essere felici di aver potuto presentare un’altra primizia: il disco Decca marchiato Amiata Piano Festival Live che riproduce alcuni capolavori di Haydn (il cd registrato nel 2015 contiene tre Concerti per soli e orchestra di Haydn, con Maurizio Baglini e Silvia Chiesa e con la Camerata Ducale diretta da Guido Rimonda n.d.r)  Questo sta a dimostrare l’importanza che può assumere l’archivio creato grazie alle registrazioni che vengono regolarmente realizzate e sono trasmesse dalla Rai su Radio3. Un disco non solo crea memoria ma fa conoscere il Festival anche a coloro che non hanno ancora avuto il piacere di visitare questi luoghi dove con l’Auditorium è stato possibile realizzare quello che ritengo un miracolo: la fusione tra le meraviglie di un paesaggio unico al mondo, l’architettura di un auditorium esemplare per stile e compatibilità con l’ambiente, la perfezione acustica e l’arte musicale. Cosa chiedere di più?».

Un lieve stormire di fronde ci avverte che sta per arrivare Zefiro. Ci avviamo insieme verso l’entrata della sala. L’applauso saluta l’ingresso dei musicisti: un arrivederci “veneziano” con le melodie di Vivaldi, Alessandro Marcello e Platti.

Immagine di copertina Ph. Michele Maccarrone

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