Giovanni Scaglione, violoncellista del Quartetto di Cremona, si racconta

Alessandro Tommasi by

Giovanni Scaglione, violoncellista del Quartetto di Cremona,  è stato protagonista del concerto di domenica 6 agosto per il festival CastelCello, presso il Castello di Brunnenburg Tirol/Tirolo. Il concerto per la rassegna, una delle poche ad essere interamente dedicata al violoncello, si è rivelata buona occasione per intervistarlo in merito al suo programma, al suo percorso e alla futura esperienza con il Concorso Busoni di Bolzano.

Il concerto di domenica ti ha visto impegnato interamente in repertorio per violoncello solo…

Sì, ho aperto e chiuso il concerto con Bach, che è un po’ la Bibbia di un violoncellista, all’inizio la Prima Suite e, in chiusura, la Seconda. In mezzo ho suonato tre brani del novecento e contemporanei: la Sonata di Crumb, un brano bellissimo dalla scrittura tradizionale ma molto libera e soprattutto molto espressiva, che il compositore ha dedicato alla madre. Conoscevo già Crumb perché abbiamo eseguito Black Angels con il Quartetto di Cremona, abbinandolo spesso alla Morte e la Fanciulla, con cui vediamo alcuni parallelismi. Questa Sonata dà la possibilità all’esecutore di suonare con una certa libertà di interpretazione e con grande effetto sul pubblico. È senza dubbio una sonata da concerto, in cui alcuni passaggi della scrittura non tonale possono ricordare un po’ la Sonata di Hindemit, altro brano eseguito. Nella Sonata di Hindemit, un caposaldo del repertorio violoncellistico, c’è però un’altra forma di espressività. I cinque movimenti della Sonata sono diversissimi tra di loro, ognuno di essi sembra un viaggio a sé ed è questo che mi piace tanto di questo lavoro. L’espressività di Hindemit va ricercata più nelle note e nelle dinamiche, anche se cerco di rendere espressivi più che posso i frammenti che lo permettono, di caratterizzare e rifinire bene ogni momento. Il terzo brano, infine, era Alone di Sollima. È un brano che amo particolarmente, scritto alla Sollima, un po’ “pop” e dalla grande presa sul pubblico. Caratterizzato da due parti, una molto lenta con un re vuoto che accompagna costantemente le frasi e una veloce e furiosa, questa più “rock”. È musica magari meno impegnata rispetto al resto, ma è bella, scritta veramente bene e divertente sia per l’esecutore che per il pubblico.

Hai fatto la scelta dunque di mantenere una carriera da solista, oltre che da quartettista. Per quale ragione? Come ti approcci poi alla tua terza passione, l’insegnamento?

Il concetto è molto semplice: ho un brutto carattere e se non mi metto dei grossi obiettivi non mi alzo al mattino. (ride) Scherzi a parte, oggi per essere il violoncellista di un quartetto devi essere uno strumentista molto forte, anche se magari suoni delle parti, Novecento e contemporanei esclusi, che spesso sono relativamente semplici, in cui non sei costantemente esposto o al centro dell’attenzione. Il rischio è di smettere di studiare con costanza, quindi ho bisogno di fissare il Concerto di Dvorak con un’orchestra come stimolo e godere dei vantaggi in primo luogo all’interno del gruppo. Dopotutto, oggi in quartetto bisogna essere tutti strumentisti strepitosi, non è più come cinquant’anni fa in cui a volte il primo violino aveva personalità, gli altri tre no, ma era comunque un grande quartetto. Il livello medio generale si è alzato tantissimo, l’offerta è enorme e sta aumentando ancora e questo fa sì che oggi ci siano quartetti di ventenni che suonano splendidamente, cosa impensabile anche solo vent’anni fa. Mi sento di citare a tal proposito il Quartetto Dàidalos, il nostro quartetto più promettente all’Accademia Stauffer: hanno un’età media di 19 anni, ma sono fortissimi. Parlando di Accademia, io ho scoperto l’insegnamento da pochi anni, un po’ per caso. Ho trovato un mondo fantastico, appassionante e ricco di grandi soddisfazioni. Certo, è molto stancante, più che suonare. Lo sforzo mentale che hai durante un’ora di lezione per rimanere costantemente concentrato e capire come far migliorare l’allievo sia sull’aspetto tecnico che artistico è notevole. Sono sicuro, tuttavia, che insegnare aiuti tantissimo a migliorarsi. Molte volte certi propri problemi si centrano più insegnando agli altri che non studiando!

Giungendo al Quartetto di Cremona, com’è iniziato questo percorso, che vi ha condotti ora ad essere un quartetto di fama internazionale?

Guarda, colgo questa domanda per comunicare una notizia quasi dell’ultima ora: con il VII volume dell’integrale dei quartetti di Beethoven abbiamo vinto l’Echo Preis in Germania! È un momento molto felice per noi, questa notizia è arrivata vicina al debutto al Concertgebouw di Amsterdam in cui abbiamo ricevuto una standing ovation: veramente una grande sensazione. La mia esperienza con il Quartetto inizia nel 2002, dopo poco più di un anno di vita dell’ensemble con un altro violoncellista, Giovanni Gnocchi, e un altro secondo violino. Quando loro lasciarono, Cristiano e Simone chiesero a Paolo Andreoli, il più giovane dei quattro, e a me. Io avevo appena finito il mio percorso a Basilea con Ivan Monighetti e accettai di fare una prova. Prima qualche mese, poi sei mesi, poi altri sei mesi, poi ancora altri sei e, beh, siamo ancora qui! Con il quartetto andò subito bene grazie agli insegnamenti di Piero Farulli e di Hatto Beyerle, violista e fondatore del Quartetto Alban Berg, che è stato un po’ il nostro mentore. Mentore anche perché specializzato e preparatissimo sul repertorio classico, Haydn, Mozart, Beethoven ed anche Schubert. Da  viennese ci ha insegnato la lingua, la retorica del repertorio, ci ha insegnato come si affronta un quartetto di Haydn, perché, come ha sempre detto lui, quando un quartetto sa suonare Haydn può suonare tutto. Haydn è la base, l’ABC del suonare e del fare musica insieme e dell’interpretare la lingua classica, è come per un attore la dizione. Una volta che hai acquisito questo, romantici e contemporanei, sotto un certo punto di vista, si suonano quasi da soli. Queste cose si imparano con Haydn e non con Mozart perché Mozart è già avanti, è operista, i suoi quartetti bisogna interpretarli quasi come tali. Haydn, invece, è per me il classico per eccellenza.

Giovanni, dopo il concerto per CasteCello tornerai in Alto Adige verso fine mese, essendo impegnati con il Quartetto di Cremona per le Finali di Musica da Camera del Concorso Busoni, il 29 e 30 Agosto. Cosa mi puoi dire di questa esperienza?

Per noi è la prima volta che facciamo qualcosa del genere! Siamo incuriositi, abbiamo accettato di buon grado e siamo molto contenti perché sappiamo dell’importanza di questo premio. Essere il Quartetto del Concorso e poter poi fare i concerti di premiazione è un’occasione interessante. Assegneremo infatti un nostro premio ad un concorrente di nostra scelta che prevedrà alcuni concerti. Abbiamo una grande esperienza con pianisti e ciò che osserveremo, sarà sicuramente se il concorrente è un pianista come nove su dieci, che suona solo la sua parte alienato da tutto il resto, o se è un camerista, se suona in funzione della partitura, se dialoga con gli altri, se fa un passo indietro oppure uno in avanti, se ci lascia respirare. È questa la difficoltà della musica da camera. Poi molte cose sono soggettive, vedrai che la penseremo in maniera diversa anche noi quattro, sarà difficile trovare un verdetto. Come quartetto dovremo probabilmente confrontarci con il poco tempo a disposizione. Il pianista deve essere preparatissimo, infatti, conoscere benissimo la partitura, sapere alla perfezione dove entrare, come muoversi, perché se si perde tempo su questo è finita. Però è sicuramente una bella occasione anche per i pianisti, che spesso sono delle macchine da guerra ma nella musica da camera fanno  fatica perché devono concentrarsi su qualcosa al di fuori di sé. Credo sia una scelta che fa molto onore al Concorso Busoni.

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