Musica contemporanea: un ritratto di Hannes Kerschbaumer

Gianluigi Mattietti by

C’è un compositore che sta emergendo con forza nel panorama della musica contemporanea. È Hannes Kerschbaumer, nato a Bressanone nel 1981, allievo di Pierluigi Billone, Beat Furrer, Gerd Kühr e Georg Friedrich Haas, e ora residente a Innsbruck. Il suo linguaggio musicale si basa sulla “materialità” del suono, sulle sue distorsioni e i suoi “tarli”, mescola strumenti tradizionali (trattati con vari metodi di preparazione che ne modificano il suono) con “oggetti rumorosi”, usati come materie prime.

Crea superfici risonanti, dove il suono diventa una presenza tangibile e fortemente espressiva, anche violenta. In buchstabierend (2016) si è ispirato alle torture elencate nel testo del Protocollo di Istanbul, in kritzung (2015), uno dei suoi capolavori (per viola preparata e oggetti di legno) ai graffi millenari lasciati dal lento movimento dei ghiacciai sulle rocce. A Graz l’ottimo Schallfeld Ensemble ha recentemente eseguito la prima assoluta di kritzung II, nuova versione dove la viola era sostituita da un violino preparato, giocata sulla continua alternanza di vari strati dello stesso materiale manipolati con il live electronics, con le trasposizioni dei suoni del violino nel registro grave, con un timestretch granulare, con una convoulzione che modifica il suono del violino attraverso lo spettro di un tom.

In Italia Kerschbaumer si è fatto conoscere lo scorso anno a Venezia con la prima di minu (diretta da Omer Meir Wellber sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice), lavoro per orchestra che ha vinto il premio di composizione collegato al progetto «Nuova musica alla Fenice», e che è stato poi rielaborato per il festival di Grafenegg, con il titolo schiefer. Questa partitura deriva dalla serie di opere intitolate schurf, per strumento solo, basate sull’idea di esplorare l’universo sonoro contenuto in una semplice linea, discendente o ascendente («In tempi remoti – scrive il compositore – prima delle incisioni e pitture rupestri, fenomeni naturali hanno creato linee di strana bellezza, striature lasciate dal passaggio di diverse ere glaciali succedutesi nell’arco di migliaia e migliaia di anni. L’uomo si è appropriato di questo segno elementare e lo ha sviluppato fino a farlo divenire sistema numerico e scrittura complessa»). In questo lavoro l’orchestra viene considerata come un unico strumento, come un singolo organismo capace di evocare un suono primordiale e inaudito, di svelare il terreno fertile per uno speciale tipo di “scavo sonoro”.

  • Gaia - foto Michele Purin - Fondazione Haydn

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Kerschbaumer è stato eseguito anche nell’ultima edizione del Festival Traiettorie di Parma, dal Klangforum Wien diretto da Bas Wiegers, con la prima assoluta di schraffur, il cui titolo richiama l’antica tecnica del tratteggio, usata per ottenere il chiaroscuro nel disegno, nell’incisione e nella pittura, mediante un tracciato di linee parallele o incrociate, più o meno fitte. Ancora linee. Ispirandosi a questa tecnica, e utilizzando quindi movimenti continui e sovrapposizioni multiple di semplici linee di suono, il compositore altoatesino ha individuato in schraffur un’idea di suono completamente nuova. Ha creato gesti musicali espressivi, dal carattere fisico, tattile, con la fisarmonica che assume il carattere di un corpo che respira, con il suo suono quasi elettronico, che sembra innescare vere e proprie ondate di suono di tutto l’ensemble, dense, sibilanti, rumoristiche.

Meno ricercata e “graffiante”, più atmosferica, ma di grande efficacia drammatica è parsa infine la musica di Gaia – a distopian vision, la nuova opera selezionata attraverso un concorso e messa in scena al Teatro comunale di Bolzano nella stagione Oper.a 20.21. L’opera racconta le torture subite dal nostro pianeta attraverso una specie di “soundscape” orchestrale, giocato su un suono oscuro, asciutto, materico, fatto di soffi, effetti ventosi, cigolii, riverberi metallici che accompagnano i lunghi accordi orchestrali. Kerschbaumer ha utilizzato un organico di 25 strumenti, con il live-electronics e tre strumenti solisti (flauto Petzold, flauto basso e fisarmonica), capaci di creare sfere sonore distinte: dalle scene più cameristiche, intitolate “ricordi”, affidate ai tre solisti con un po’ di elettronica, a scene dal carattere quasi sinfonico, e legate ancora a fenomeni geologici o fisici (come suggerivano anche i titoli di alcune scene, come mare di pietra o paesaggi di sabbia).

Scritto su testi di Raoul Schrott e Gina Mattiello, questo Musiktheater si ispirava al film Homo Sapiens (2016) del regista austriaco Nikolaus Geyerhalter (film sperimentale, senza parole, che mostra immagini di edifici distrutti, sventrati, e luoghi disabitati come Fukushima e Černobyl’) per raccontare la vicenda dell’astronauta Hypatia che torna sulla terra, cerca di ricordarsi dell’umanità, ormai scomparsa, e si trova solo a contatto con figure carbonizzate. L’idea di un teatro dove tutto è interconnesso era ben resa nella sofisticata realizzazione scenica, affidata allo stesso compositore insieme a Gina Mattiello e Federico Campana.

Nella scena desolata, ruvida, buia, claustrofobica (di Natascha Maraval), immersa in una coltre di fumo, angosciante immagine di un futuro post-atomico, Hypatia (interpretata dalla stessa Mattiello) recitava il suo monologo, elencava lunghe liste di minerali, si alternava con una voce registrata, si muoveva sulla scena abbracciando le sculture carbonizzate di Aron Demetz (artista altoatesino famoso per le sue opere in legno e metallo, che indagano i processi di trasformazione della materia in relazione alla forma e all’espressività della figura umana) che somigliavano ai calchi di Pompei e Ercolano.

I suoni elettronici (ideati da Campana) erano sincronizzati con un complesso gioco di immagini convulse e frammentarie, proiezione di testi, fasci di luce bianca che tagliavano in orizzontale ei verticale sia il palcoscenico che la sala, circuiti luminosi reticolari e intermittenti, effetti siderali che sembravano eclissi o esplosioni di supernove. Impressionante anche la coreografia spasmodica, spigolosa, molto ritmata del danzatore Hygin Delimat, essere carbonizzato che improvvisamente sembrava prendere vita, e intrecciava una specie di danza con la protagonista.

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