La vague d’avanguardia della dinamicissima danza israeliana: Sharon Eyal

Valentina Bonelli by

Sharon Eyal era ancora teen-ager quando, stupenda danzatrice, catalizzava l’attenzione tra le fila della Batsheva Dance Company. Della famosa compagnia israeliana l’artista è stata “associate artistic director” e “house chorographer”, oggi è protagonista della scena internazionale, coreografa tra le più originali. Numerose le occasioni in Europa per vedere le sue creazioni: il Berlin Staatsballett si appresta a debuttare nel recente Half Life (7 settembre-28 gennaio), mentre la sua compagnia L-E-V (Cuore, in ebraico) è ospite in Italia, al Festival RomaEuropa con Love Chapter 2 (24-26 settembre) e al Torinodanza festival con OCD Love (29 settembre) e Love Chapter 2 (30 settembre). Due titoli, questi ultimi, legati e consequenziali, allusivi a una storia d’amore folle e lacerante, segnata da disturbi ossessivi.

Donna di bellezza intrigante e stile fashionable, Sharon Eyal ha una presenza che non si dimentica. “Della danza amo la fisicità e la tecnica” racconta. “Ballare per me è un bisogno fisico, da praticare intensivamente, e vorrei continuare a farlo di più. Forse perché ho sempre danzato: ho iniziato a studiare danza classica quand’ero molto piccola, a quattro anni. I miei genitori hanno deciso per me: ero una bambina iperattiva e serviva una disciplina che potesse calmarmi. La mia famiglia ha cambiato città molte volte; io ho studiato danza a Gerusalemme e poi a Tel Aviv, dove a 17 anni sono entrata nella Batsheva Dance Company”. Nella compagnia che lei stessa definisce “la migliore d’Israele”, Sharon trova un mentore che la spinge a dedicarsi alla coreografia nel direttore Ohad Naharin. “Ho iniziato a comporre all’interno dei workshop di “Gaga”, la tecnica ideata proprio da Ohad. È stato lui a darmi l’opportunità di crescere, anche come persona, di spingere all’estremo le mie potenzialià e di sentirmi libera di essere me stessa. Soprattutto ho imparato che per me essere danzatrice e coreografa è la stessa cosa: è un istinto che viene da dentro e si sviluppa a partire dal movimento”.

Dai primi essais coreografici si passa alle creazioni per gli oltre venti elementi della Batsheva: i titoli sono stravanganti (Bertolina, Makarova Kabisa) e la messa in scena fa sensazione. Lo stile, tanto incalzante da risultare angoscioso, è studiato per danzatori dalle fisicità vigorosa e insieme sensuale, impegnati a sfinirsi in una sorta di rito tribale dall’estetica freddamente contemporanea. “Per me i passi di marcia rappresentano il rinnovamento della danza: combinati alla tecnica minimalista creano una sorta di struttura hi-tech nella quale sento palpitare cuori generosi carichi d’emozione”. Magistralmente orchestrato dalla coreografa è sempre il contrappunto tra l’individuo e la massa: “Quando creo la coreografia sono di fronte ai danzatori e mi muovo insieme a loro. Ma non mi piace lavorare sull’improvvisazione, ogni movimento viene da me!” ci tiene a precisare. “Quando poi saranno loro a riprodurre i miei movimenti potranno farlo con estrema fantasia e libertà”.

Tra i crediti dei titoli però compaiono sempre i nomi di quello che è ormai un collettivo di artisti. “Non sono fanatica di danza e ricerco altre dimensioni” afferma con convinzione. “Firmo le creazioni con il mio compagno, Gai Bachar, che non è un danzatore ma ha un soprendente lato estetico. Nostri sono anche i costumi: ci interessa molto il color pelle e da tempo lo stiamo studiando”. Come in Bill e Killer Pig, in cui i danzatori indossano tute aderenti skin-toned, con capelli e lenti a contatto delle stesse nuance: “alieni che vengono da pianeti lontani” li definisce l’autrice.

“Lavoriamo sempre insieme a un amico, Ori Lichtik, fantastico dj, con il quale ideiamo il sound design delle nostre creazioni” spiega a proposito di colonne sonore mixate live che spaziano dai Depeche Mode a Stravinskij alle ultime tendenze house, con un martellante sound techno.

Si direbbe la vague d’avanguardia della dinamicissima danza israeliana, ma Sharon Eyal non vuol sentir parlare di confini artistici. “È vero, per la danza in Israele è un’epoca di grande sviluppo: ci sono ottime scuole e soprattutto a Tel Aviv tante novità da seguire e molti artisti interessanti. Ma non credo in uno stile israeliano, credo nello stile delle persone.”

Fotogallery Ph. Regina Brocke, Gil Shani, André Le Corre

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