Fra turgori e morbidezze: Re Ruggero all’Accademia di Santa Cecilia

Anna Ficarella by

La sensualità e la morbidezza delle sonorità decadenti di Re Ruggero, l’opera sui generis del 1926 del compositore polacco Karol Szymanowski (1882-1937), hanno riempito come una colata d’oro di suoni e immagini la Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma per l’inaugurazione della stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia (ci riferiamo alla replica di sabato 7 ottobre).

Il lavoro, frutto della passione del compositore polacco per la Sicilia arcaica e il Mediterraneo in cui si fondono Oriente e Occidente, ha  suscitato un genuino interesse nel pubblico romano, attratto dalla ‘novità’ dell’impresa di Pappano e dei suoi musicisti.

In effetti, la scelta di Antonio Pappano è stata da molti definita audace e coraggiosa: proporre un’opera del primo Novecento poco nota e poco rappresentata (per Roma si tratta di una prima esecuzione, preceduta in Italia solo dalle messinscene al Teatro Massimo di Palermo sin dal 1949, luogo per eccellenza di allestimento dell’opera, data la sua ambientazione  nel Palazzo normanno e la Cappella Palatina), cantata in polacco e accompagnata in maniera quasi sperimentale dai video del duo di artisti visivi Masbedo (Niccolò Massazza e Iacopo Bedogni), presenti sul palco al lato dell’orchestra, con il loro ‘tavolo operatorio’ pieno di curiosi attrezzi (trapani, spilli, calici antichi, fiori, spilli) miscelati live al flusso continuo di immagini sullo schermo (dalle icone della Cappella Palatina dipinte su corpi ansimanti, a statue marmoree sopraffatte da colate d’oro, fuochi, acqua, paesaggi aspri, fredde pietre come ‘spente passioni’, al rosso sanguigno), in una sala buia come al cinema, con solo le piccole luci sui leggi degli orchestrali. Sfruttando l’eccellente acustica, le voci dei cantanti provengono da direzioni diverse, dalla platea, dall’alto delle gradinate, dai lati del palcoscenico, come da prospettive diverse e continuamente cangianti.

Della vecchia formula dell’esecuzione in forma di concerto non è rimasto più nulla: del resto la ieraticità dei personaggi, immersi in conflitti tutti interiori e complessi atavici, l’assenza di tensioni e sviluppi  drammaturgici nel libretto e nella musica, una partitura dalle lussureggianti e struggenti sonorità tardo romantiche, echi impressionisti e momenti ritmicamente quasi stravinskiani, sarebbero risultati forse insostenibili in un’esecuzione tradizionale con le seggioline e i solisti in piedi e seduti. Certamente la staticità drammaturgica del Re Ruggero, una cantata-oratorio (Mysterium, l’aveva denominata in origine Szymanowski) più che un’opera vera e propria, risulterebbe ostica ancor più in scena e metterebbe a dura prova qualunque regista che volesse confrontarsi  con la vicenda del malinconico Re normanno, Ruggero II, poco amato dalla moglie Rossana, la quale fuggirà con un misterioso pastore un po’ Dioniso un po’ Apollo. Proprio il pastore, “bello come un dio”, sarà  capace di mettere in crisi l’incerto equilibrio del Re, affascinato e sconvolto dalla forza di istinti primordiali e inconfessabili.

 

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Foto: Musacchio & amp; Ianniello

  • Masbedo

  • Masbedo

  • Masbedo

  • Masbedo

 

La regia visiva dei Masbedo è risultata talvolta convincente nella sua fisicità e concretezza (la mano inzuppata di pittura densa, dorata, che va a strozzare un collo in primo piano, morbidamente, colando colore), talatra ingombrante o didascalica. Il flusso continuo di immagini si è sovrapposto alla regia sonora fluida e insieme compatta di Pappano, nel tentativo di esplorare  l’interiorità di Re Ruggero mentre supera la sua paralisi emotiva.

A sua volta Pappano, che dirige nuovamente con la bacchetta, dopo anni di direzione a mani nude, ha saputo trarre dalla sua orchestra atmosfere cangianti e sinuose, fra timbri setosi degli archi e le splendide morbidezze nei legni, senza mai perdere di vista la chiarezza e la precisione. Cori possenti e suggestivi (preparati da Ciro Visco) hanno contribuito allo splendore della sonorità,  compreso quello meraviglioso dei bambini, una colata di angeliche voci bianche che scende riempiendo un’intera ala della sala. Il colore denso dell’orchestra sostiene in perfetto dialogo il sestetto dei solisti, tutti bravissimi: Lukasz Golinski, con il suo  tormentato Re Ruggero, nei toccanti duetti con la moglie Rossana, Lauren Fagan, voce limpida e appassionata, e Edrisi, il confidente (Kurt Azesberger), cui si aggiungono le vocalità austere di Arcivescovo, Marco Spotti, e Diaconessa, Helena Rasker, e la brillantezza morbida, quasi liederistica, del tenore Edgaras Montvidas nei panni del pastore.

La formula inusuale del concerto è stata accolta con successo dal pubblico romano, apparso coinvolto e sedotto dalla bellezza anche sensoriale della musica di Szymanovski. Chissà che ciò non stimoli la direzione artistica e musicale dell’Accademia di S. Cecilia ad altre scelte ‘inusitate’ per il grande pubblico in Italia, proponendo lavori musicalmente rilevanti ma poco noti del primo Novecento (francese, germanico o slavo),  vera e propria fucina culturale della modernità.

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