Enrico Rava e il suo Quartetto alla Biennale Musica

Franco Fayenz by

È toccato al Nuovo Quartetto del trombettista torinese Enrico Rava, completato da Francesco Diodati chitarra, Gabriele Evangelista contrabbasso, Enrico Morello batteria e con la partecipazione della pianista giapponese Makiko Hirabayashi, il compito di concludere l’edizione numero 61 del Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia, alias Biennale Musica 2017.

Il concerto è avvenuto nella piacevole semiluce della Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian ed è stato accolto dal pubblico con molto favore.

Assai fortunati sono stati numerosi spettatori che dieci giorni prima avevano ascoltato lo stesso gruppo (pur senza la bellezza del tocco e del fraseggio di Hirabayashi) al Blue Note di Milano, offrendo a sé stessi un raro confronto immediato fra l’interplay e la freschezza tecnica dei giovani musicisti coinvolti, naturalmente con la lunga esperienza internazionale e la direzione di Enrico Rava. Tutti insieme propongono una musica che ha origine dal jazz «per esplorare l’universo sonoro contemporaneo in una prospettiva che attraversa i generi e le generazioni».

Si ricordi con l’occasione che l’Enrico Rava New Quartet ha vinto nel 2015 il referendum Top Jazz della rivista Musica Jazz come formazione dell’anno, e che la sua intensa attività concertistica ha avuto un importante riflesso discografico con il cd Wild Dance per la prestigiosa etichetta Ecm. Rava è anche autore di due libri: «Note necessarie» (ed. Minimum Fax 2004 con il giornalista Alberto Riva), per il quale esprime le volontà di seguire il consiglio di Joao Gilberto che gli diceva di suonare soltanto le note necessarie, non anche «le altre»; e «Incontri con musicisti straordinari» (Feltrinelli 2011).              

Poco prima del New Quartet c’è la menzione, nelle pagine del catalogo 2017 della Biennale Musica, di un altro momento importante della fase finale. Si tratta della serata al Teatro alle Tese dell’Arsenale – questo luogo incantevole e “diversamente stupendo” di Venezia – in cui si consegna il Leone d’Argento al cornista Dai Fujikura. A seguire si presenta sul palcoscenico l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Yoichi Sugiyama per l’esecuzione in prima assoluta della versione integrale del Concerto n.2 per Corno e Orchestra dello stesso Fuijkura che affida il ruolo di solista a Nobuaki Fukukawa.

In questo modo, così si legge nella presentazione, si sperimentano per il corno «modalità espressive e sonorità soffuse, vellutate e poetiche, senz’altro in antitesi con l’idioma tradizionale, virile e fragoroso dello strumento», utilizzando a tale scopo anche una speciale sordina wah-wah (e qui è facile immaginare il sobbalzo di qualche ascoltatore appassionato di Duke Ellington, che di questo tipo di sordina fece un uso copioso e perfetto). E ancora: «Alla prima parte del concerto fa sèguito una cadenza, dove il corno suona altro da sé rispetto a come lo conosciamo nella cultura europea e anche giapponese».

A questo punto, però, si impone una riflessione. Coloro che oggi frequentano il Festival di Musica contemporanea veneziano sono persone preparate, oltre che (al limite) curiose. E quindi non sarebbero certamente disposte a metabolizzare le storture che venivano talvolta propinate nelle edizioni delle origini. Non dimentichiamo che sono state superate in bellezza le sessanta edizioni. Non è poco. Eppure qualche segno di sofferenza, durante il Concerto per Corno e Orchestra, si è percepito nettamente.

Ma qui, nel sèguito della serata, è venuto in soccorso non tanto il Concerto per koto di Malika Kishino, quanto la prima edizione italiana del recente «Shèzi» per violino e orchestra di Guo Wenjing licenziato nel 2013, quindici minuti soltanto di musica con impasti orchestrali a volte vagamente occidentali e il suono della violinista Hae Sun Kang che non manca di tratti familiari. Sembra quasi voglia contraddire – ma non è certo questa l’intenzione – la fiera esclamazione EST! scelta come una bandiera dal Direttore artistico Ivan Fedele per questa sessantunesima edizione.

Leggiamo anche in questo caso quanto sta scritto e spiegato nella presentazione. Shèzi è una parola cinese che si riferisce alle rappresentazioni teatrali tipiche delle feste nei villaggi della regione dello Sichuan, nel Sudest della Cina, dove è nato Guo Wenjing. «Il concerto per violino è articolato in due movimenti in netto contrasto fra di loro: l’uno cupo e oscuro, l’altro chiaro e luminoso; l’uno che evoca montagne inospitali, l’altro vivaci piazze di mercato; l’uno femminile, l’altro maschile. Per dirla in termini assolutamente cinesi, l’uno yin e l’altro yang». Più chiaro di così… E a questo Hae Sun Kang ha aggiunto un’interpretazione apollinea e impeccabile con il suo dolce suono.

Immagine di copertina Ph. Joanna Stoga

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