Il Barbiere di Siviglia al Teatro delle Muse

Mara Lacché by

Solarità mediterranea ed umorismo irresistibile: sono queste le caratteristiche emerse dal nuovo allestimento del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, andato in scena il 15 ottobre 2017 nella città dorica, e concepito dalla Fondazione Teatro delle Muse in collaborazione con l’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” del Rossini Opera Festival, in onore del musicista e direttore d’orchestra scomparso nel marzo scorso.

La regia di Matteo Mazzoni, ricca di gag e trovate sceniche spiritose , è apparsa effervescente nella luminosa semplicità dell’ambientazione anni Cinquanta: anziché nella Siviglia del tempo prevista dal libretto di Cesare Sterbini (dall’opera di Beaumarchais), le scene e i costumi di Lucio Diana (con le luci di Michele Cimadomo) hanno trasportato la vicenda è stata ambientata in una città di mare del sud d’Italia (nel primo quadro) e in un modesto e colorato interno piccolo-borghese, che sembravano strizzare l’occhio al cinema di quegli stessi anni, e in particolare alla commedia, la cui “italianità” è stata confermata dalle voci maschili del Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” (diretto dal Carlo Morganti) chiamate ad impersonare soldati in divisa da carabiniere nel secondo atto.

In tale contesto, il barbiere è apparso come un simpatico “maneggione” che appare in scena, sulle note della celeberrima cavatina “Largo al factotum”, con i capelli alla Elvis e su un sidecar vintage. Nel ruolo di Figaro, considerato perfino dal filosofo Hegel (1804) «più attraente di quello delle “Nozze” mozartiane», il bravo baritono armeno Gurgen Baveyan ha incarnato, grazie alla presenza scenica e alla giusta vocalità, il motore dell’opera creatore, quale instancabile creatore di imbrogli, finalizzati a uno scopo preciso: il matrimonio fra il Conte d’Almaviva, interpretato dal tenore Xabier Anduaga, in difficoltà nelle parti solistiche, e nel registro acuto, con la sua amata Rosina.

 

Ph. Giorgio Pergolini

Nel ruolo della fanciulla, di rosso vestita nel secondo atto, ad evocare la focosa smargiassa di Pane Amore e… di Dino Risi, ovvero la giovanissima Sophia nella celeberrima scena del mambo, con Vittorio De Sica, la talentuosa Martiniana Antonie ne ha ben evidenziato la doppiezza: tanto esuberante quanto apparentemente docile, fin dalla sua celeberrima cavatina del primo atto (“Una voce poco fa”, nel quadro II), il ventitrenne mezzosoprano rumeno ha affrontando con grazia e leggerezza le difficoltà belcantistiche del ruolo e, in particolare, le spassose scene con il Conte/Lindoro e il tutore  Don Bartolo, interpretato con verve comica dal bravo baritono spagnolo Pablo Ruiz.

A completare il cast, scelto scelti in collaborazione con l’Accademia Rossiniana e interessante soprattutto da un punto di vista della mimica e della recitazione, ovvero quella dimensione scenica che contribuisce a fare di tale Barbiere la «sublimazione terminale dell’opera buffa» (Fabrio Brisighelli), sono da ricordare Baurzhan Anderzhanov nel ruolo di Don Basilio e Giorgia Paci in quello di Berta, nonché William Hernandez, Gianluca Ercoli e Andrea Ferranti, rispettivamente nei panni di Fiorello, di Ambrogio e dell’ufficiale.

Nell’affrontare la partitura di Rossini, l’orchestra Sinfonia “G. Rossini”, diretta José Miguel Perez-Sierra, ha puntato più quanto sulla lievità quasi cameristica, di stampo ancora settecentesco, quale emerge dall’edizione critica di Alberto Zedda, che sull’energia vorticosa, originata dalla carica “ritmica” e dai crescendo rossiniani, alla base di una certa tradizione interpretativa.

Ne è scaturito quindi uno spettacolo molto gradevole, il cui carattere spiritoso non è comunque in grado di celare, se non in una lettura superficiale, quella visione del mondo venata della profonda amarezza, di ordine razionalistico e meccanicistico,  che sottende la comicità rossiniana.

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