Tempo di bilanci per la 14esima edizione dell’Amiata Piano Festival

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Tempo di bilanci, per la 14esima edizione dell’Amiata Piano Festival, in attesa degli ultimi appuntamenti di inizio dicembre. Conclusa la tranche principale, quella dei concerti estivi, va preso atto che il tutto esaurito è ormai abituale per ogni serata. In più, appare molto significativa la percentuale di spettatori stranieri: turisti che soggiornano sulla costa o nell’entroterra maremmano, e che hanno naso abbastanza fino per non lasciarsi sfuggire una programmazione peculiare, tanto nella qualità esecutiva quanto nelle scelte. Non era affatto garantito, solo qualche anno fa, un seguito così numeroso e soprattutto costante, specie con la coraggiosa costruzione del nuovo auditorium.

Una scommessa vinta, per il Festival e la famiglia Tipa-Bertarelli, che lo sostiene. Basta andare all’evento che ha aperto Dionisus, il terzo e ultimo ciclo estivo del Festival di quest’anno. Già il colpo d’occhio era spettacolare. Quattro grancoda Fazioli affiancati a raggiera in palcoscenico, che riprendevano con geometrica eleganza la lieve curvatura della sala. E, a rendere più scintillante l’impatto visivo, i quattro strumenti erano scoperchiati, con gli esecutori che sedevano spalle al pubblico. Un’impresa non soltanto musicale, ma anche scenografica, e assai rilevante nell’impegno logistico. Il tutto, nel grembo di quella meraviglia architettonica e acustica, che è appunto il Forum Bertarelli a Poggi del Sasso. E nella càvea gremita c’era anche Paolo Fazioli, il geniale ingegnere-pianista che, quasi quarant’anni fa, fece nascere l’azienda e il marchio, che oggi, come si sa, costituiscono un brand prestigioso, e sempre più diffuso.

I quattro pianoforti hanno scandito l’esecuzione integrale dei concerti di Bach per strumenti a tastiera e archi, con cinque solisti che si sono alternati nei tre doppi, due tripli, e nel quadruplo. A essi si sono uniti i magnifici archi dei Solisti Filarmonici Italiani, impegnati a parti reali con Federico Guglielmo violino concertatore. Concerto volutamente senza barocchisti e senza intenti filologici, dato che i pianoforti sostituivano i clavicembali, e l’ensemble orchestrale non adoperava arco barocco né prassi antichista. Sui quattro pianoforti, la maratona bachiana è stata egregiamente sostenuta da Maurizio Baglini, Gianluca Luisi, Andrea Padova, Marco Scolastra, Marcello Mazzoni. E l’alternanza degli interpreti, nel fluire dei sei concerti, ha permesso di cogliere in essi uno spettro di atteggiamenti esecutivi diversi, spaziando dall’approccio più raccolto ad accenti più caldi e cordiali. Un confronto ravvicinato che ha lumeggiato con limpidezza il prismatico profilo di questo capitolo del catalogo bachiano.

Certo, il volume di suono dei grancoda, per di più senza coperchio, spesso soverchiava gli archi, e più volte faceva desiderare i clavicembali della stesura originale. Ma appare superfluo scomodare, in tale contesto, la querelle sulla preferenza per il cembalo o il pianoforte; e non va ignorato che questo concerto è stato ripreso in altre location estive, alcune all’aperto. Al di là del significato musicale, quindi, in questo caso è intuibile anche il valore dell’operazione congiunta di marketing, utile allo sviluppo sia dell’Amiata Piano Festival sia dell’azienda Fazioli.

Dopo una tale serata, sontuosa quanto rara, il giorno successivo è seguito un galà pianistico, affidato stavolta a due strumenti. Il programma ha dato spazio, da un lato, a una serie di omaggi celebrativi (Rossini, Debussy, Bernstein), e, dall’altro, a una sequenza di proposte virtuosistiche, per coniugare l’alternanza di pagine rare con titoli del grande repertorio, nella scia della gradevolezza suggerita dall’atmosfera estiva. E così il duo Davide Cabassi-Tatiana Larionova ha introdotto con l’impeccabile esecuzione del Concertino per due pianoforti op. 94 di Šostakovič: pagina assai pregevole per l’elegante trattamento e la visione innovativa dell’equilibrio fra i due strumenti. Il giovane Axel Trolese ha poi offerto un impegnativo quanto limpido ascolto della trascrizione lisztiana dell’ouverture dal Guillaume Tell, sottolineando la colorita ridondanza della rilettura di Liszt.

Il duo Maurizio Baglini-Marco Inchingolo si è impegnato in una scelta di pezzi da Mikrokosmos di Bèla Bartók, illuminando il nitido pensiero dell’autore ungherese in queste celebri pagine brevi. Marco Inchingolo si è poi fatto apprezzare in due ricercati momenti pianistici di Ernst Toch, compositore novecentesco poco conosciuto ed eseguito. Dopo l’ovazione che ha suggellato la gershwiniana Rapsodia in blu del duo Baglini-Trolese, e dopo che Baglini-Inchingolo hanno disegnato l’elegante profilo di En blanc et noir di Debussy, pagina concettuale che esige impalpabile nettezza, è toccato alla virtuosa cinese Jin Ju farsi valere  nell’omaggio a Chopin con la Barcarola op. 60, seguita da tre episodi delle Images debussyane. Infine, così come aveva introdotto il concerto, al duo Cabassi-Larionova è stata affidata anche la conclusione, con il brillante arrangiamento di John Musto per le Danze sinfoniche da West Side Story, in omaggio al centenario della nascita di Leonard Bernstein.

Infine al sassofono, declinato lungo diversi autori e linguaggi, è stato riservato un intero concerto di questo Amiata Festival, grazie alla presenza dell’Italian Saxophone Quartet, con il fisarmonicista Simone Zanchini che si è unito al gruppo nella seconda parte del programma. A capo dell’ensemble era Federico Mondelci, figura-simbolo di questo strumento, antesignano della diffusione del sassofono in Italia e del suo definitivo inserimento nelle nostre istituzioni di studi musicali. Successo caloroso anche per questi artisti, la cui carrellata di proposte ha esibito una morbidezza d’impasto, un velluto raffinato, un’eleganza di fraseggio che ne fanno una compagine di qualità internazionale, come conferma la loro stessa carriera. Con la riserva che, proponendo una medley da Gerswhin, meglio sarebbe stato collegare un episodio all’altro senza soluzione di continuità, come la forma stessa della medley esige. “Sassofono latino mediterraneo” era intitolata la locandina, e in ciascuno dei pezzi si è potuta cogliere l’attenta, calzante concertazione che amalgama le diverse voci dell’ensemble. Qualche perplessità è emersa però sulle trascrizioni da Piazzolla, con Oblivion troppo dilatato, quasi sdilinquito, e Libertango un po’ pasticciato, per via della fisarmonica. Ma alla fine la standing ovation, e il caloroso successo, non ne hanno tenuto conto.

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