Sold out agli Arcimboldi di Milano per il ribelle della danza Sergei Polunin

Valentina Bonelli by

Lo spettacolo di Sergei Polunin a Milano è iniziato ben prima della première di Sacré al Teatro degli Arcimboldi. Boy per Albert Watson di “The Cal” Pirelli, invitato alla Scala alla prima del 7 dicembre, nel parterre della sfilata di Dolce&Gabbana a Palazzo Litta (tutto ampiamente documentato dai social networks) ed ecco che l’attesa sale al massimo per il debutto in scena. Sotto l’egida di Show Bees in collaborazione con Ater, la serata unica ha fatto il tutto esaurito, di un pubblico che conosce le doti di fuoriclasse del ballerino classico, ma anche di una folla attratta dal bello e dannato tatuato, impostosi con il video virale Take me to Church.

Finalmente libero dai vincoli di compagnie esigenti e impresari affaristi, il ribelle Sergei ci ha raccontato di aver appena messo in piedi una piattaforma itinerante con artisti di vari paesi, che di qui a cinque anni, opportunamente finanziata, avrà in repertorio una dozzina di titoli. Il primo nucleo di questa troupe sul modello – nelle intenzioni – dei Ballets Russes di Djagilev si è visto proprio a Milano: una decina tra danzatori e coreografi, ancora sconosciuti, con l’eccezione del virtuoso danese Johan Kobborg, attuale direttore del Balletto Nazionale Rumeno.

Di suggestioni slave, musicali e iconografiche, è infatti il primo titolo della serata, a Milano in prima assoluta: Fraudolent Smile. La firma da coreografo è dell’inglese Ross Freddy Ray, oggi attivo in Romania, che ha composto un petit ballet leggero, di ambientazione circense, dove tra saltimbanchi come da cliché spicca la maschera di Polunin. Il tatuaggio col volto di Putin coperto dal trucco, l’espressione struggente del Petruskha russo arriva anche agli spettatori nelle ultime file dell’immenso teatro. Tra un surreale assolo con ananas e variazioni funzionali a mostrare l’ineffabile ballon dei salti e i giri perfetti, Polunin sembra simbolizzare con questo personaggio la sua attuale fase artistica.

Il Sacré che dà il titolo alla serata potrebbe dirsi una prima da quanto dev’essere cambiato rispetto al debutto della scorsa estate nella torre scarlatta tra i monti di St. Moritz. Il palcoscenico tondo di allora è evocato agli Arcimboldi da un cerchio di foglie morte tipo installazione land art. Yuka Oishi, giapponese formatasi in Germania, cerca di inserirvi echi biografici di Nijinsky, che proprio in Svizzera impazzì e fu internato, ma da un punto di vista coreografico Sacré è ben poca cosa, se si eccettuano citazioni da Le Spectre de la rose, L’après-midi d’un faune, Le Sacre du printemps.

Per il suo genio stravagante Polunin potrebbe essere la reincarnazione contemporanea di Nijinsky, che lo stesso ballerino cita oggi come un modello. L’importante sarà che trovi finalmente la giusta strada: senza abbandonare il balletto classico cui sa dare nuova vita e affidandosi per il contemporaneo a grandi autori. Allora potrà anche starci il contorno di divismo che ormai lo accompagna, comprese le follie al backstage per incontrarlo e farsi un selfie con lui.

Immagine Ph. Alice Das Neves

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