Rigoletto al Teatro Massimo di Palermo: debutta alla regia John Turturro

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Il debutto di John Turturro come regista d’opera in uno tra più amati capolavori verdiani non poteva che richiamare una partecipazione dai grandi numeri in quello che negli ultimi anni sta recuperando la sua identità di centro nevralgico non solo per la lirica, ma anche per la diffusione della cultura musicale in genere: il Teatro Massimo di Palermo.

Un’accoglienza entusiastica e un’enorme partecipazione di pubblico hanno scandito le otto recite di questo attesissimo Rigoletto palermitano, nato in coproduzione con il Teatro Regio di Torino, l’Opéra de Wallonie Liège e la Shaanxi Opera House: un allestimento che ora si prepara a fare il giro per alcuni tra i più grandi teatri del mondo.

Il forte legame di Turturro con l’Italia, racchiuso nelle stesse origini della star italoamericana, ha certamente avuto una grossa influenza nel delineare la drammaturgia dei protagonisti del dramma verdiano; allo stesso tempo, l’interesse per la musica del belpaese, indagata nel suo carattere più popolare in lavori cinematografici come Romance & cigarettes o Passione, ha posto il regista nelle condizioni ideali per lasciare spazio alla partitura e creare lo sfondo più idoneo a far emergere l’espressività – e quindi l’umanità – dei singoli personaggi.

Chiare sono le coordinate spazio temporali in cui l’azione si svolge: siamo a Mantova, città dei Gonzaga, avvolta da una nebbia densa e misteriosa che poco a poco si dirada mostrandoci non tanto i fasti del rinascimento italiano, quanto piuttosto la sua decadenza, spostando quindi i fatti alla fine del Settecento. Insieme allo scenografo mantovano Francesco Frigeri, che a sipario aperto incornicia la scena con quinte fisse raffiguranti volti deformi ed inquieti (esplicito è il riferimento a quelli dei giganti di Palazzo Te), Turturro ci conduce quindi “nell’epoca di Cagliostro, della massoneria e dell’occultismo”, in un mondo oscuro, dove atti terribili come il rapimento o lo stupro sono operati nell’ombra e con il tacito coinvolgimento di ciascuno, dove l’omertà regna sovrana e l’umanità soccombe.

Coordinato da Cecilia Ligorio, con la collaborazione di Benedetto Sicca, Turturro ha concepito un impianto scenico funzionale, che tende a mantenersi essenziale e rigoroso: la Sala magnifica nel palazzo Ducale è un’ambiente nudo e degradato, dominato da rovine, pareti scure e grandi specchi ossidati, e da due imponenti statue che reggono la simmetria della scena. Le architetture smembrate e minimaliste come la casa di Rigoletto e l’osteria di Sparafucile, recano talvolta segni di realismo più vicini alla tradizione cinematografica, come ad esempio il dettaglio dell’affresco scrostato della Natività sulla parete della camera di Gilda.

Indispensabili per completare il tetro scenario sono le luci di Alessandro Carletti e i costumi dai colori cupi di Marco Piemontese: ambedue guidano l’occhio dello spettatore attraverso un ambiente degenerato, ponendo in risalto il contrasto tra questo e il candore di Gilda, l’unica tra tutti i personaggi ad avere il diritto di indossare un colore che comunichi innocenza e purezza d’animo; soltanto dopo il rapimento il suo abito mostrerà un rosso sempre più dilagante a testimoniare la violenza subita dal Duca, suo carnefice.

Curate da Giuseppe Bonanno infine, le coreografie del Corpo di ballo del Teatro Massimo rappresentano, tra minacciose figure nere sullo sfondo e lascivi personaggi che si aggirano sulla scena come fantasmi, il sentimento di angoscia e perdizione che pervade la vicenda.

Losco figuro che si aggira nella nebbia con una lanterna in mano, Rigoletto è un uomo ferito dalla vita che lo ha voluto deforme e vedovo con una figlia da proteggere dai mali del mondo. A interpretarlo è Leo Nucci, buffone verdiano per tradizione, presente nelle ultime due recite in cartellone per festeggiare la sua cinquecentocinquantesima volta nel ruolo. Vero protagonista della serata, Nucci ha impersonato un carattere che ormai gli si cuce addosso e con maestria gli ha dato voce esprimendo la viltà, la frustrazione, la codardia del servo insieme alla rabbia, al dolore, al terrore del padre. Nel primo atto, quando il gobbo si trascina nell’oscurità dal palazzo ducale alla sua dimora, ci sembra di esser risucchiati nel suo io profondo, in una sorta di indagine psicologica in cui l’ossessione per la maledizione subita (“Quel vecchio maledivami”) viene espressa con la padronanza meticolosa di un timbro possente e maturo. Suo opposto cromatico è Gilda, interpretata dalla voce cristallina di Ruth Iniesta: il soprano spagnolo ha saputo gestire con disinvoltura il suo debutto nel ruolo, mostrandosi in piena sintonia vocale e drammaturgica con Leo Nucci tanto da regalare un bis di “Sì vendetta, tremenda vendetta” richiesto a gran voce dal pubblico entusiasta, senza tradire troppo la stanchezza dovuta alla sostituzione della collega Maria Grazia Schiavo.

La stessa sintonia non si è avvertita nel duetto del primo atto con il giovanissimo tenore peruviano Ivan Ayon Rivas: il suo bel timbro limpido e brillante ha mostrato infatti qualche difetto di modulazione insieme ad un dosaggio dei volumi non proprio perfetto, soprattutto negli acuti, già nella sua ballata “Questa o quella per me pari sono”, ma anche nella canzone “La donna è mobile”, che ha comunque riscosso un discreto successo; a ciò si è aggiunta una certa insicurezza sulla scena, dovuta forse anche alla giovane età dell’interprete. Di questo ha inevitabilmente risentito anche il celebre quartetto “Bella figlia dell’amore”, momento principe dell’opera in cui, a fianco del Duca, Martina Belli ha impersonato una Maddalena troppo timida e dalla voce cupa e poco espressiva, contribuendo così al disequilibro vocale delle due coppie di interpreti, il quale non ha permesso di apprezzare appieno il mirabile gioco polifonico della pagina musicale.

Soddisfacente la performance degli altri interpreti del cast, tra cui spicca Luca Tittoto per aver saputo dipingere un fedele ritratto vocale e psicologico del personaggio di Sparafucile.

Buona anche la conduzione dell’Orchestra del Teatro Massimo di Stefano Ranzani, molto applaudito dal pubblico, anche se il ritmo serrato della direzione non sempre si è raccordato con quello dell’azione. Compatto e unanime invece il Coro del Teatro Massimo, come sempre guidato da Piero Monti.

Immagini Ph. Rosellina Garbo

 

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