Primavera di Baggio: intervista a Davide Cabassi e Alberto Chines

Alessandro Tommasi by

Tra i molti progetti culturali che animano Milano, la Primavera di Baggio si distingue per il forte valore sociale e lo stretto legame con il territorio. L’intervista ai pianisti Davide Cabassi e Alberto Chines, due delle molte anime di questo festival, ci permette di comprenderne meglio le origini, le atmosfere e i sogni.

La Primavera di Baggio ha raggiunto quest’anno la sua settima edizione. Otto anni fa, com’è nata l’idea?

Davide Cabassi: L’idea è venuta a mia moglie Tatiana [Larionova, NdA], che insegnando in una scuola di quartiere notò che nessun bambino, nessun abitante di Baggio in realtà, aveva anche solo l’idea di poter andare a sentire un concerto in centro. Questa divisione con il centro città è ancora molto sentita a Baggio, che è un quartiere strano proprio perché ha ancora un’identità piuttosto forte. Abbiamo iniziato con un festival unicamente pianistico, suonavamo noi, suonavano i miei studenti, facevamo quattro concerti. Poi i concerti sono diventati otto, poi tredici, poi una trentina. Abbiamo tirato dentro le associazioni del quartiere, abbiamo  coinvolto la biblioteca: l’idea era di portare un po’ di luce in un quartiere che è conosciuto nei romanzi di Scerbanenco come il posto in cui si scaricavano i cadaveri. La situazione è migliorata col tempo, certo, ma resta un quartiere con delle forti criticità e al contempo delle energie incredibili.

In un momento di grande attenzione al decentramento e alla diffusione della cultura, ritenete che la Primavera di Baggio abbia un effetto positivo sul pubblico, che dia loro un’abitudine culturale?

DC: Un po’ stai chiedendo da oste se il vino è buono: chiaro che lo facciamo perché crediamo che abbia un senso! Ad esempio mi ricordo quando, mi pare alla terza edizione, il mio vicino di casa che faceva il pescivendolo al mercato è entrato ed è rimasto a sentire mezz’ora di concerto. Mi sono un po’ commosso. Un pescivendolo pugliese è entrato ed è rimasto a sentirsi il Secondo Trio di Shostakovich. In tanti mi hanno detto che poi hanno comprato dischi, che sono andati a sentire altri concerti. Non posso affermare che grazie alla Primavera di Baggio la gente vada più spesso a concerto, però si crea, si semina, soprattutto con i bambini, si mostra che la cosa non morde. Se anche una delle migliaia di persone che sono venute ai concerti poi studiasse musica o si appassionasse, potremmo dire di essere davvero felici.

Alberto, la tua collaborazione quando è iniziata, invece?

Alberto Chines: La mia collaborazione è iniziata da subito, quando ancora studiavo con Davide insieme a Luca Buratto e altri ancora. Era bello e c’era un’atmosfera molto intima, quasi una cosa tra amici. L’ho vista crescere di anno in anno con tutti i suoi piccoli e grandi passi avanti. Avendo l’hobby della grafica, inoltre, ho cominciato a prendermi cura dell’aspetto del festival, tra volantini e locandine, e oltre a suonarvi molte volte, ho fatto da fotografo e quest’anno ho addirittura debuttato come timpanista!

Com’è strutturata l’organizzazione?

DC: Essendo in pochi ed essendo una non-struttura, senza ufficio, tutti si occupano un po’ di tutto, dallo spostare le sedie al far accomodare le persone in chiesa. Perché la Primavera di Baggio è questo, se la fai, la fai per volontariato culturale, per amore ed entusiasmo. E hai la stessa risposta da chi viene, risposta aiutata molto dalle associazioni che prima dei concerti organizzato sul sagrato dei momenti conviviali. L’importante è la condivisione tra pubblico, artisti e organizzatori, non c’è quella divisone alla Stanislavskij. L’idea è di levare un po’ quest’aria sacrale.

AC: Pur facendo i concerti in una chiesa!

Il legame con il quartiere ed il suo tessuto culturale dunque è molto forte.

DC: Certo, vivendo lì ormai da dieci anni conosco tutte le associazioni e ho il mio referente. Ma oltre al pre-concerto il legame si manifesta anche in altro. Capitò in quartiere, ad esempio, un mese di rapine tutti i giorni e anche la libraria, un’anziana signora che è un po’ il cuore storico di Baggio, si trovò vittima di uno di questi furti. Così le abbiamo organizzato un concerto, una festa solo per lei.  È questo lo spirito di socialità che si crea.

In questi sette anni di Festival, qual è stato uno dei progetti che ha riscontrato più successo?

DC: Uno è stato il B-Factor, due anni fa. B sta per Baggio, ovviamente. Fu la sfida tra due squadre a colpi di musica classica: la squadra di Spazio Teatro 89 contro la squadra della Primavera di Baggio. L’avevamo sceneggiata molto bene. Il pubblico aveva le palette con i colori diversi per votare e il giudice, che era l’organista della chiesa vestito con la parrucca e con la toga e che ovviamente sapeva chi far vincere, contava e decideva. Poi le squadre si mischiavano, un musicista tradiva quella perdente e veniva nella nostra, ci trovavamo donne contro uomini e ovviamente alla fine vincevano le donne (altrimenti era difficile gestirla). Però vorrei riproporla, magari Docenti contro Studenti e questa volta sarebbe un massacro!

Durante il B-Factor poi, cosa più importante, si sono suonati anche brani di Prokofiev e Sciarrino. L’abbiamo fatta divertente, certo, ma è stato un modo per proporre repertorio particolare con musicisti di altissimo livello. È un esperimento, non puoi farlo sempre, però ti assicuro che la gente è impazzita.

Cosa servirebbe alla Primavera di Baggio per crescere ancora?

AC: Quest’anno è stato importante perché abbiamo messo insieme un piccolo team, Davide e Tatiana, i direttori artistici, io e Firmina Adorno. Questa edizione ha segnato i record di partecipazione, ma è stata per noi fondamentale anche per osservare il Festival e le sue esigenze. Ci sono grandi e piccole cose che si possono migliorare, ma chiaramente aumentare il budget a disposizione sarebbe l’ideale. Non tanto per finanziarci, quanto per invitare gli artisti, stampare i programmi di sala, pagare le spese vive, alzare sempre più il livello. Il Comune di Milano, a cui siamo enormemente grati, copre delle spese, ma non potremmo mai mettere un biglietto d’ingresso. Sarebbe tradire uno dei pilastri su cui è fondata la Primavera, che è e deve restare, come dice Davide, un’utopia.

Un’ultima domanda: perché andare alla Primavera di Baggio?

AC: Perché è bellissima. C’è un’atmosfera non si trova facilmente altrove e la Chiesa Vecchia di Baggio ha un fascino incredibile. Perché è un Festival per tutti: chi non frequenta i  concerti ci trova una festa e qualcosa di mai sentito prima, chi invece è più avvezzo ci trova programmi interessanti, artisti di livello e un’energia speciale.

DC: Sottoscrivo e aggiungo la parte quasi onirica. La Primavera è un po’ un sogno e quest’unione tra festa, cultura e qualità la rende quasi una fiaba, la nostra piccola fiaba di Baggio.

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