Percussioni, voce ed elettronica per una serata beckettiana all’Hangar Bicocca

Mara Lacché by

Accanto a Kurtág, Samuel Beckett è stato un altro grande protagonista della prestigiosa rassegna Milano Musica di quest’anno. E proprio le atmosfere e le parole del grande maestro del teatro dell’assurdo hanno risuonato nel concerto per percussioni, voce ed elettronica del 23 novembre 2018, nelle gigantesche Navate del Pirelli Hangar Bicocca, tra i magnifici Sette Palazzi Celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer.

I talentuosi “artists in residence 2018/2020” del festival milanese, ovvero Simone Beneventi, Carlota Cáceres e Lorenzo Colombo del gruppo ZAUM_percussion hanno eseguito, all’inizio e alla fine del programma, l’affascinante e quasi incantatorio Tune, per piatti sospesi, di Mario Bertoncini: una composizione del 1965, che mantiene intatta la sua “freschezza” di una ricerca timbrica che si esplicita nella percussione e nello sfregamento dei cinque piatti con le dita e con varie bacchette, ma anche con spazzolini da jazz, ditali di metallo, archetti e fili di nylon. L’insolita palette sonora è stata ulteriormente evidenziata dall’amplificazione e dalla spazializzazione, affidate alla regia del suono di Massimo Faggioni, seguendo sempre l’idea di base di Bertoncini, come liberazione del concetto di forma dallo svolgimento temporale (Gianluigi Mattietti), che sembra rinviare alla temporalità dispersa e lacerata dell’universo letterario beckettiano.

Una concezione questa che è sembrata emergere anche dai differenti stati di asimmetria di urlicht, per tre vibrafoni e strumenti accessori, interessante brano del gallese Richard Barrett, ispirato alla Seconda Sinfonia malheriana (movimento II), eseguito per l’occasione in prima italiana e in sostituzione del pezzo inizialmente programmato di Olga Neuwirth.

Improntato su rinvii alla letteratura inglese e al monologo Not I di Beckett è stato infine l’atteso This is the Game (per voce ed elettronica), commissione di Milano Musica e del Festival Neue Musik Rockenhausen, presentato anch’esso in prima italiana. Concepito da Daniele Ghisi come collage di reperti di musiche del passato (come le figurazioni finali al pianoforte, tratte dal Viaggio in Inverno schubertiano), frammenti di registrazioni (le voci di Ginevra Nervi e Andrea Agostini), suoni campionati come le voci di bambini, le suonerie di cellulari, i motori di auto e areoplani, le sirene e la risacca marina, mescolati con la voce fuori campo del filosofo inglese Alan Watts, e la quella dal vivo e mobile, con riferimenti dal rock alle musiche d Romitelli e Gervasoni, di Salome Kammer. Ne è scaturita un’esperienza di ascolto suggestiva, in cui la spazializzazione sonora, attraverso il corpo in movimento dell’interprete e l’elettronica, ha riproposto l’annosa, perennemente irrisolta questione dell’identità in musica, del ruolo stesso del compositore nella nostra contemporaneità., dopo la demolizione, secondo lo stesso compositore bergamasco, dell’effigie stessa dell’artista romantico, «tormentato e solitario».

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