Milano Musica: Heinz Hollinger e Pierre-Laurent Aimard con l’Orchestra Rai

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Tra i tanti appuntamenti interessanti proposti dalla presente edizione di Milano Musica un posto di rilievo spetta al concerto ospitato il 20 novembre al Teatro alla Scala e tenuto dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Heinz Hollinger, complici del grande pianista Pierre-Laurent Aimard. Se i nomi di grande rilievo non fossero già abbastanza attraenti, si sfogli il programma, concepito per ogni genere di spettatore, dal più al meno esigente: nella prima metà della serata il Concerto per pianoforte e orchestra di Ligeti e brani pianistici di Kurtág in prima esecuzione italiana – quando non assoluta –  e, nella seconda metà, due pezzi per grande orchestra, Stele di Kurtág e il celebre Concerto per orchestra di Bartók.

Il concerto per pianoforte, composto alla fine degli anni ’80, ricapitola la poetica del compositore ungherese, come in un’esposizione che dia spazio a tutte le particolarità e le idee compositive sperimentate con successo negli anni precedenti. I cinque movimenti del pezzo presentano una variopinta successione di timbri, ritmi e texture orchestrali, che abbandona l’ascoltatore in un mare di suggestioni alle quali è difficile restare indifferenti. In momenti simili anche il manierismo altrimenti stucchevole di queste pagine viene elevato a qualcosa di prezioso dalla rara abilità tecnica del compositore – come si potrebbe restare indifferenti di fronte a una Maddalena tizianesca? Aimard, al quale Ligeti dedicò perfino alcuni dei suoi ultimi Etudes, è senz’altro l’interprete ideale per questo concerto, e ha dimostrato grande trasporto e una sensibilità capace di adattarsi a ogni differente carattere richiesto. Particolarmente efficace è stata la resa del secondo movimento Lento e deserto, che ha saputo esasperare il vuoto lasciato dalla rarefatta scrittura contrappuntistica, affidata ai registri estremi di pochi strumenti.

La produzione di Kurtág per pianoforte è vasta e di notevole importanza nel panorama contemporaneo e spazia dalle famose trascrizioni di Bach ai suoi inventivi e sorprendenti Játékok. Per questa occasione ne è stata fatta una selezione di cui Aimard ha restituito un’esecuzione ancor più entusiasmante, forse, dei pezzi stessi. L’amore del compositore per questo strumento e la musicalità spiccata che risulta dirompente in ogni sua opera sono evidenti nei gesti e nelle note che l’interprete ha eseguito con gusto, tanto da spingerlo a cantarli tra sé e sé mentre li suonava.

Dall’intimità di questi ultimi si è passati, dopo l’intervallo, all’organico ampio dei pezzi successivi. Stele è un brano di cui si apprezza al primo ascolto la pulita concezione formale. Come in un trittico belliniano, le tre sezioni che formano il pezzo intrattengono tra loro un rapporto perfetto, fatto di ben calcolate somiglianze e asimmetrie: superfici distinte entro un’unica cornice. Il lutto espresso per l’amico András Mihály prende infatti diverse sembianze in ognuna di queste, che vengono così singolarmente ben caratterizzate, la prima con gesti scarni e dolorosi dall’intonazione disarmonica, la seconda con il prevalere dello squillante timbro di ottoni e la dinamica accresciuta mentre l’ultima con il cupo incedere di un gesto ritmico lento e ostinato che va lentamente a spegnersi nel silenzio.

Nell’esecuzione di questa partitura Hollinger è parso più convincente rispetto all’ultimo brano in programma: nel Concerto per orchestra non ha trovato la stessa convinzione espressa nei pezzi precedenti, quella profonda direzionalità che è chiave di un’interpretazione personale che supera la comunque non scontata correttezza; questa tarda pagina bartókiana è suonata a volte meccanica e didascalica, col rischio di frenare la forza dirompente di alcuni passaggi.

Al termine del concerto rimane forte l’impressione di queste opere, accomunate non solo dalla provenienza geografica dei loro compositori ma anche dalla fortissima musicalità che sprigionano, seppur declinata in modi tanto differenti. La musica dei tre compositori ungheresi, nella sua unica originalità, si distingue in tutti per la gioia e la naturalezza con cui sembra essere stata concepita, come cantata da dolci usignoli.

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