La fille du régiment al Teatro Comunale di Bologna firmata Emilio Sagi

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Quella del regista spagnolo è una lettura briosa e scanzonata, coadiuvata da una calzante riambientazione ai tempi del secondo conflitto mondiale che permette una resa drammatica e scenica più realistica e vicina allo spettatore contemporaneo. Degni di nota sono sia la creazione di interessanti soluzioni registiche – come nel duetto «Quoi! Vous m’aimez…?» in cui una ferita di Tonio viene curata da un’amorevole Marie improvvisatasi crocerossina – sia il buon utilizzo dei momenti più “statici”, evidente nelle militaresche scene del coro (sempre protettivo nei confronti di Marie) e nell’ultimo terzetto «Tous les trois réunis», reso con una divertente artificiosità scenica, quasi “rossiniana” per la sua meccanicità.

Grandiose e imponenti le scene a cura del Comunale di Bologna, da un’idea di Julio Galan: la prima rappresenta una locanda, ritrovo sicuro per il popolo rifugiato e luogo di passaggio per l’esercito, mentre la seconda ci porta all’interno dell’ampio salone della Marchesa di Berkenfield, impreziosito da una veduta sul giardino retrostante.

Anche i bellissimi costumi – dello stesso Galan e ripresi da Stefania Scaraggi – contribuiscono non poco a creare il realismo della scena; le luci di Daniele Naldi tuttavia potevano essere sfruttate maggiormente a livello drammaturgico: spesso, infatti, non vi era una piena corrispondenza fra esse e quanto accadeva sulla scena.

La mirabile direzione di Yves Abel riserva grandissima attenzione alle dinamiche e all’aspetto timbrico, sebbene talvolta siano risultati fuori fuoco la gestione dei tempi e l’intesa col palcoscenico. Per quanto riguarda gli attori, il pubblico riserva l’applauso più fragoroso per lo straordinario ritorno al Comunale di Hasmik Torosyan, già acclamata Musetta e qui per la prima volta nel ruolo della protagonista Marie, effettivamente perfetta sotto tutti i punti di vista, dotata di una vocalità magistrale e di presenza scenica e capacità attoriali eccezionali. La non possente emissione vocale di Maxim Mironov nei panni del giovane Tonio è ampiamente compensata dall’estrema pulizia dell’intonazione, dalla leggerezza del timbro, esternate nell’ardita (e applaudita) aria «Ah! Mes amis, quel jour de fête!», nonché dalle impeccabili doti recitative; ottime anche quelle mostrate da Federico Longhi che ha regalato un divertentissimo ma paterno Sulpice.

Non è stata invece supportata da un approfondimento psicologico del personaggio la grande prestazione vocale di Claudia Marchi nel ruolo della Marchesa di Berkenfield, sempre accompagnata dal fedele, servile e gradevole Hortensius interpretato da Nicolò Ceriani; menzione a parte merita Daniela Mazzucato che si presta qui nelle parti di una altezzosa Duchessa di Crakentorp, dominando seppur brevemente la scena, estrosissima nel suo sgargiante costume viola. Ottima prova attoriale e canora per Tommaso Caramia nel ruolo di un caporale; bene anche Cosimo Gregucci nella parte di un paesano (fuori scena poiché tramutato per l’occasione in un apparecchio radiofonico) e Cristina Giardini, maestro di musica che, insieme a figuranti e ballerini, contribuisce a creare l’atmosfera spiritosa del secondo atto. Sempre in gran forma, infine, il coro, preparato egregiamente dal maestro Andrea Faidutti.

Dulcis in fundo, ad arricchire una già brillante rappresentazione, diverte non poco la scena della festa, i cui invitati altolocati detengono improbabili titoli nobiliari che si rivelano essere nomi di quartieri bolognesi pronunciati “alla francese”, suscitando l’ilarità generale. Scroscianti e meritati applausi hanno riempito il teatro al termine di uno spettacolo rivelatosi divertente, intelligente e ben fatto.

Immagine di copertina Ph. Rocco Casaluci

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