«La chitarra elettrica è più viva che mai»: intervista a Luca Nostro

Biagio Scuderi by

Icona del rock, ha attraversato tutti i generi lasciando un segno indelebile sulla storia della musica degli ultimi decenni: la chitarra elettrica il prossimo 22 giugno è protagonista di un grande evento collettivo al Ravenna Festival, anche grazie al chitarrista e compositore Luca Nostro.

La chitarra elettrica nell’immaginario comune è lo strumento principe della popular music: qual è il suo stato di salute? Qualcuno la dava per morta ma così non sembra…

«È vero che nel pop, nella urban music, nell’hip pop, generi dominati dall’influenza della black music, la chitarra elettrica ha perso il suo ruolo di strumento solista in favore di arrangiamenti basati più sui sinth, sui beats della musica elettronica, concepiti per esaltare la vocalità, mentre nel recente passato praticamente ogni canzone doveva avere un assolo di chitarra. È vero anche che il rock degli anni 60 e 70, dopo più di 50 anni di vita, è diventato una tradizione così imponente ed epica con tratti quasi “accademici” e di maniera e ha perso lo slancio di una volta per sopravvivere sotto la forma del revival più o meno mascherato, del virtuosismo di frotte di chitarristi youtubers, o delle nicchie legate al mondo del metal, che peraltro gode di ottima salute, soprattutto nei concerti.

Ma la chitarra elettrica, strumento principe del rock e del jazz rock, secondo me ha due virtù che le consentono di attraversare indenne le varie fasi della popular music e addirittura di rilanciarsi, oltre al suo indiscusso valore simbolico come feticcio per collezionisti ed amatori. La prima è la grande varietà timbrica che possiede, grazie anche all’utilizzo di effetti di ogni tipo, e ad un suono non patinato, addirittura sporco, non completamente riducibile al digitale, nonostante i molti tentativi fatti, e per questo affascinante. La seconda virtù è la dimensione polifonica, eredità della chitarra classica, che la chitarra elettrica sta assorbendo sempre di più negli ultimi decenni, grazie all’enorme sviluppo che hanno avuto la didattica e la commistione tra stili diversi.

Nel rock, dopo i casi rivoluzionari ma tutto sommato sporadici di Jimi Hendrix e Jimi Page, il primo capace di armonizzare melodicamente gli accordi come nessuno prima e il secondo maestro nel sintetizzare gli stili più diversi (country, blues, folk, R’n’B) nell’hard rock, si è sviluppata  una maggiore consapevolezza e conoscenza dello strumento nel suo complesso, al di là degli stilemi degli assolo e della chitarra ritmica, e si è valorizzata molto di più la trasversalità della chitarra elettrica come strumento trasportabile e autosufficiente in grado di suonare contemporaneamente più linee (basso, armonia e melodia) e la sua centralità negli arrangiamenti sia dal punto di vista coloristico che ritmico, basti pensare alla musica dei Radiohead, cui Steve Reich, uno dei fondatori del minimalismo, ha dedicato una delle sue ultime composizioni».

Nel corso degli anni la chitarra elettrica ha attraversato diversi generi: il blues, il rock il minimalismo; qual è il segreto di questa versatilità?

«Sicuramente le ragioni appena ricordate. La musica contemporanea, soprattutto quella americana con il minimalismo, libera dalle peso ideologico delle avanguardie storiche e delle accademie europee, si è lasciata influenzare dalla musica di derivazione afroamericana creando un mutuo scambio tra popular music e musica ‘colta’ che oggi sta vivendo una stagione di grande creatività. In questo contesto la chitarra elettrica ha assunto un ruolo sempre più importante negli ensemble da camera ed orchestrali a fianco di strumenti acustici, ed i compositori l’hanno portata, proprio per la sua versatilità,  a trasfigurare sè stessa, come nel caso dello spettralista Fausto Romitelli in Trash  TV Trance (che eseguiró nel mio concerto in solo del 19 giugno), brano in cui la chitarra viene snaturata e violentata in tutti i modi possibili, eppure conserva la sua essenza.

Forse è proprio questo il segreto della sua versatilità, la sua attitudine ad essere usata e sfruttata, dal dilettante, dal professionista, dal collezionista, dal virtuoso, come uno strumento musicale  e come un semplice oggetto. Oggi sono sempre di più i compositori di musica contemporanea europei, cresciuti con il rock e il jazz, che utilizzano la chitarra elettrica con grande consapevolezza, come e più dei compositori americani».

Il 22 giugno un evento che si prospetta imperdibile: l’invasione di Palazzo San Giacomo da parte di 100 chitarre elettriche. Cosa prevede questo concerto “sinfonico” per il quale il Festival ha invitato tutti i chitarristi del territorio e non solo?

«Steve Reich ha giustamente sottolineato che negli ultimi anni si è formata una generazione di musicisti classici, soprattutto chitarristi, formati nel rock e nel jazz ma capaci di leggere partiture anche molto complesse e suonare in orchestra, circostanza molto rara in passato. È quello che In a Blink of a Night, l’opera di Michele Tadini per 80 chitarre elettriche, 20 bassi, batteria e chitarra solista che eseguiremo, si propone di fare. Sfidare il chitarrista e il bassista rock e jazz ad essere un musicista in grado di suonare in orchestra e seguire un direttore come fosse un violinista o un musicista di un’orchestra sinfonica, ma proponendo un linguaggio che, tra momenti di contrappunto e ed escursioni nel linguaggio atonale, è la quintessenza del progressive metal. Secondo me non esiste al mondo un’opera così complessa e trascinante scritta per un ensemble di chitarre elettriche e bassi elettrici.

I gloriosi precedenti, da Glenn Branca a Rhys Chatham, nati nella scena post minimalista e punk di New York, che tanto ha influenzato gruppo come i Sonic Youth, si basano su una implicita sottovalutazione del chitarrista dal punto di vista della lettura della partitura, mentre l’opera di Tadini si spinge oltre, è un vero e proprio concerto per chitarra elettrica e orchestra di chitarre, nella tradizione della musica classica europea, pur avendo un impatto dirompente come è tipico del metal.   Oltre a In a Blink of a Night, presenteremo Unknowable Cities no.5 di Elliot Cooper Cole, un quartetto di chitarre che il direttore del PMCE Tonino Battista orchestrerà per 80 chitarre elettriche , così come Lesson no. 1, composizione minimalista punk del 1980 di Glenn Branca.

Il concerto del 22 sarà preceduto, oltre a concerti solistici per chitarra e basso elettrico da due omaggi a Steve Reich e Bryce Dessner, il grande compositore colto che scrive musica rock e il chitarrista di un gruppo indie che scrive musica contemporanea e incide per la Deutsche Grammophon. Con ben tre prime esecuzioni assolute, Sexy Killers and Confused Idols di Alessandro Ratoci, per chitarra elettrica ed elettronica, Cogs in Cogs in Cogs di Michele Tadini, per quartetto di percussioni e chitarra elettrica e Stellazione, di Christopher Trapani, per 4 chitarre elettriche, 2 bassi elettrici, 2 pianoforti e 2 batterie.  Una fotografia della musica popular d’avanguardia di oggi!».

Immagine di copertina: Luca Nostro, Ph. Emra Islek

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