Il sogno di origami di una “tenue farfalla”: Madama Butterfly secondo Alberto Triola

Redazione On Line by

Dal 12 al 20 aprile, al Teatro Verdi di Trieste, va in scena una nuova produzione di Madama Butterfly con la regia di Alberto Triola. A seguire uno stralcio tratto dalle note di regia.

Ci si dimentica troppo spesso di un dettaglio che dettaglio non è: la protagonista di Madama Butterfly è una ragazzina di quindici anni. È Puccini stesso a dircelo, con i suoi librettisti, in un passaggio del primo atto anche piuttosto insistito e pure ambiguo, in cui il tono giocoso porta a distogliere l’attenzione dal soggetto scabroso e moralmente assai riprovevole della situazione. Alcune interpretazioni teatrali hanno inteso sottolineare proprio il tema scottante del “turismo sessuale”,  altre quello ancora più nero della pedofilia, allontanandosi però, a mio modo di vedere, da ciò che la musica di Puccini ci racconta.

Non contesto la legittimità di questo punto di vista, che il compositore stesso mette in campo – lui per primo! – con un certo gusto per la provocazione intellettuale; per questa nuova produzione triestina abbiamo però scelto di non mettere al centro i dilemmi della questione etica, quanto piuttosto la considerazione dell’identità anagrafica, oltre che culturale, della giovanissima protagonista.

Ciò che mi ha guidato con Libero Stelluti nei primi passi dell’ideazione dello spettacolo è il tentativo di collocare il centro emotivo di tutta la storia dentro la testa – anzi: il cuore, l’anima – di questa adolescente, e di provare a vedere il mondo, gli altri, l’amore e la maternità con i suoi occhi. Abbiamo provato a sentire come sente una ragazzina sensibile e romantica, con anima di artista, colpita dal destino e dalle ristrettezze di una improvvisa miseria familiare, costretta a crescere troppo in fretta, in anni in cui il mondo inizia da un lato a rimpicciolirsi e dall’altro ad aprirsi a viaggi e a scoperte, creando occasioni di incontro tra culture diverse.

L’opera di Puccini ci racconta un episodio di incontro (o per meglio dire di mancato incontro) tra la cultura giapponese e il mondo occidentale americano. In una città di porto come Nagasaki, in quello scorcio di secolo, erano sempre più numerosi gli occidentali che, appena sbarcati, si aggiravano a curiosare tra le botteghe, scattando foto ricordo con i locali; negli studi di posa era di moda ricreare paesaggi esotici per ritrarre coppie miste, vicendevolmente elettrizzate per l’esotismo dell’incontro (entrambi esotici allo sguardo dell’altro). Questi ritratti, con le giovani donne giapponesi felicemente impalmate dal fascinoso uomo occidentale di turno – spesso marinaio di professione – diventarono il soggetto ideale di molte storie illustrate, antenate del fotoromanzo rosa che ha alimentato la fantasia romantica delle generazioni della ricostruzione e del miracolo economico italiano.

Ecco, siamo partiti proprio da questo “sogno d’amore” di Cio Cio San: la romantica adolescente che passa le giornate a sfogliare riviste illustrate di foto e disegni, in cui le immagini idealizzate – le visioni, i “sogni” – venivano rappresentate all’interno di cerchi simili alle nostre nuvolette dei fumetti. Un modo come un altro per sfuggire alla miseria del quotidiano e rifugiarsi in un mondo ideale, nel classico castello con il principe azzurro, che ai suoi occhi non può che essere americano, “alto e forte”.

Nulla di più semplice e di più delicato, se non fosse che Puccini inizia proprio da qui per elaborare la materia dell’emozione con passo implacabile, affilando la lama della sua acutissima capacità di osservazione del cuore umano e di trattare tipi e archetipi, edificare micidiali ordigni di tortura psicologica e rendere inevitabile e quasi liberatoria la più classica delle catastrofi.

Ma questa tragedia è tanto più potente ed esplicita quanto più preciso e puntuale è il punto di partenza della parabola, quanto più fedele è il riferimento alla natura intima – autentica e originale – della protagonista: una ragazzina adolescente, sensibile e sognatrice, che cerca il riscatto da una vita desolante, senza poesia e senza magia, e che per farlo sceglie il più archetipico degli strumenti, l’amore, anzi il più grande e perfetto amore possibile, quello in cui anche lanterne di carta possono diventare, per una notte, stelle. Di carta anch’esse.

Davvero non riesco a dar credito a interpretazioni che vedono in Cio Cio San una donna di facili costumi, equivocando in modo grossolano e pretestuoso sul significato del termine geisha, che è prima di tutto un’artista di raffinata e delicatissima sensibilità. Non è possibile immaginare cuore più puro – e corpo più immacolato! – di quello di Butterfly, e per raccontare degnamente la sua storia è necessario ritrovare e restituire l’essenza dei suoi teneri quindici anni.

Ho trovato molto stimolante, e risonante con la musica di Puccini, sviluppare il tema dell’immaginario di un’adolescente in cerca di riscatto – non solo certamente sociale. Un’anima sensibile ha soprattutto bisogno di vivere una vita di bellezza e di poesia, ed è naturalmente portata a ricercarle in ogni angolo dell’esistenza, in ogni sguardo, in ogni riflesso di natura. Cio Cio San non conosce il Male, il suo cuore puro non ne può contemplare l’esistenza. Si può leggere così la sua reazione alla brutale irruzione dello Zio Bonzo, che dentro quel sogno non può stare (e infatti la sua “apparizione” non può essere in scena) e che tenta di distruggerne l’essenza: la ragazzina viene risvegliata nel bel mezzo del suo sogno, e si ritrova sul banco degli imputati, in un processo sommario di cui non comprende le ragioni, perché non riesce neanche a concepire la colpa e il tradimento di cui viene accusata, con tutti i rischi che derivano per chi è disarmato di natura.

Alberto Triola

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