Green Book: la colonna sonora del film che ha appena vinto l’Oscar

Samantha Colombo by

Tra “Arabesque No. 1” di Debussy e “Valse Ballet” di Satie, compaiono “The Christmas Song” cantata da Nat King Cole e “Lucille” di Little Richard, per approdare infine a “Go To The Mardi Gras” di Professor Longhair. Peter Ferrelly racconta la storia (vera) dell’amicizia tra il pianista afroamericano Don Shirley e il suo autista, l’italoamericanoTony Vallelonga, rispettivamente Mahershala Ali e Viggo Mortensen. E non solo.

Basta lasciarsi trasportare dalla colonna sonora per intuire l’intensità e i diversi punti focali della trama. Non si tratta di una semplice raccolta di canzoni, bensì dello specchio di una società, quella degli Stati Uniti degli anni Sessanta, dove la musica è al contempo riflesso delle disuguaglianze sociali e rivoluzione, voce e motore del crollo di barriere: la classica, appannaggio della classe bianca e borghese, il blues della comunità afroamericana, il rock’n’roll che, figlio dell’unione di due culture apparentemente inconciliabili, diventa simbolo generazionale e archetipo di ribellione.

Inoltre, una curiosità: proprio Ferrelly ha di recente raccontato a Forbes di come, nella scelta dei brani, abbia avuto un ruolo tutt’altro che secondario, nientemeno che il cantante dei Led Zeppelin, al secolo tale Robert Plant. Proprio lui, ha elargito preziosi consigli riguardo la scaletta. Tra queste scelte, compaiono anche le musiche originali di Kris Bowers e una preziosa registrazione di Don Shirley, “The Lonesome Road”.

Inoltre, nella pellicola, il suo personaggio, cita Shostakovic e suona Chopin, come in una delle scene chiave. In un locale blues, Don Shirley scardina infatti l’ordine precostituito: si accomoda al pianoforte come un pianista classico, si libra sui tasti con il proprio talento jazzistico e culmina il trionfo abbandonandosi in una session con la band del posto, annientando i confini e lasciando campo unicamente alla musica.

Un film sull’amicizia, sul talento, sull’emarginazione e sull’accettazione, di se stessi e dell’altro: “Green Book” è tutto questo ed è soprattutto una storia che racconta la ricerca di un linguaggio universale, che viaggia sulle sette note. Un film, con buona pace di un giudizio critico moderato, splendido.

 

 

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