Festival Stradella, tra Barocco e Contemporaneo: intervista ad Andrea De Carlo

Emiliano Michelon by

Domenica 16 settembre si è conclusa la sesta edizione del Festival Barocco Alessandro Stradella di Viterbo e Nepi. È stata un’edizione caratterizzata dalla presenza di prestigiosi interpreti della musica barocca della scena italiana ed internazionale (Simone Vallerotonda e i suoi Bassifondi, Marco Beasley, Dan Laurin), giovani di belle speranze (Lucile Boulanger, Ensemble Repicco) e giovanissimi selezionati dal direttore artistico Andrea De Carlo.

Questa edizione è stata anche una sorta di «anno zero» per il Festival, un nuovo inizio fortemente voluto da Andrea De Carlo: l’apertura alla musica contemporanea in un dialogo tra passato e attualità alla ricerca di un linguaggio musicale comune. Dunque il Festival non riguarda più solamente il repertorio secentesco, né quello del nostro «Orfeo barocco» – come viene chiamato in un bel libro dedicatogli da Giovanni Iudica – a cui è intitolato: ce lo siamo fatti raccontare dell’ideatore e direttore artistico della rassegna, oltreché guida di Mare Nostrum Ensemble.

Maestro De Carlo, il Festival Stradella si è concluso da poco. Soddisfatto?

Sì, molto. Quella di quest’anno era un’edizione particolare, perché dall’anno scorso ci siamo uniti allo storico Festival Barocco di Viterbo che aveva cinquant’anni di vita e rischiava di sparire. Per questa edizione abbiamo sentito la necessità di dare un’anima nuova al festival, lanciando  uno sguardo al presente: noi facciamo una rassegna di musica del Seicento, ma siamo quasi nel 2020 e quindi penso che sia giusto prendersi la responsabilità di fare una riflessione sullo stato attuale del linguaggio musicale e sulle sue prospettive future. Quindi a partire da quest’anno ho voluto che l’identità del festival fosse il dialogo tra la musica barocca e quella contemporanea.

Sotto questo punto di vista avete organizzato delle selezioni per giovani ensemble e compositori. Com’è andata?

Li abbiamo selezionati e fatti lavorare insieme, in modo che ci fosse sempre in ogni concerto anche un brano di musica contemporanea. Devo dire che sono felicissimo del risultato perché i lavori non solo erano molto belli ma soprattutto sono stati ricevuti dal pubblico in maniera entusiastica. Addirittura con lo Stradella Young Project abbiamo eseguito il Santa Editta a cui avevamo attaccato in coda, senza cesure, la composizione di Donna McKevitt e al pubblico è piaciuto tantissimo. Penso che il fatto di passare attraverso la musica barocca crei un passaggio privilegiato anche nella mente e nell’animo dell’ascoltatore. Personalmente la mia vera soddisfazione è aver visto che quest’idea del dialogo ha funzionato: ora vorrei instaurare un laboratorio permanente per ragionare su queste cose anche a livello internazionale con altre istituzioni e dare delle residenze a dei compositori durante il festival. Insomma: penso che questa edizione sia stata solo l’inizio di un cammino.

Non c’è il rischio che questo successo verso l’elemento contemporaneo del festival possa “rubare” il posto alla riscoperta di Stradella?

No, assolutamente. A parte che io considero Stradella un compositore contemporaneo e non è una boutade… penso che veramente Stradella sia un compositore difficilmente catalogabile il cui stile non è limitabile a un momento temporale: affonda le radici come scrittura nel rinascimento, ma ha uno sguardo e uno slancio che va al di là della musica classica e della musica romantica.

Eppure, se guardiamo ai manuali di storia della musica, Stradella è sempre un po’ sottovalutato, più ricordato per la sua vicenda biografica che per le sue opere.

Purtroppo la leggenda su Stradella ha preso il sopravvento sull’attenzione per la musica. Poi è vero anche che questa non è di facilissima comprensione e che un certo tipo di lettura della musica barocca e della musica antica in generale sia stata un pochino inquinata da una sensibilità romantica, ma dobbiamo capire che quello è un mondo completamente diverso. È come se noi tra cento anni trovassimo uno spartito di bebop senza aver mai ascoltato un disco: non avremmo praticamente la possibilità di capire come suonarlo. Se facessimo suonare Charlie Parker a chi non ha mai ascoltato jazz verrebbe fuori una cosa noiosissima, perché non capirebbe cosa c’è dietro e cosa sta veramente rappresentando. Allo stesso modo in Stradella, che considero il Charlie Parker del Seicento, c’è un codice di comportamento che è molto terreno: non si basa solo sulla correttezza dei parametri più “cerebrali” come armonia, dissonanze, assonanze o contrappunto. C’è tutto un universo di gesti, di sensazioni, di emozioni, di sapori e di suoni ai quali dobbiamo cercare di avvicinarci il più possibile.

Come ogni anno il Festival è l’occasione per incidere un’opera di Stradella. Quest’anno è toccato all’oratorio Ester, liberatrice del popolo ebreo: un commento “a caldo” sulla performance?

Ogni composizione di Stradella è molto diversa dall’altra e dei sei oratori che ci sono rimasti Ester è forse il più particolare di tutti: le dico solo che una volta Sciarrino assistendo a un concerto di Ester qualche anno fa con lo Stradella Young Project mi disse «ah ci sono delle parti che sembrano scritte da Luigi Nono [ride]». Riguardo all’esecuzione devo dire che è stata recepita dal pubblico molto bene. Quindi sono soddisfatto anche se purtroppo abbiamo fatto l’apertura in una chiesa grande e molto risonante dove forse tutte le piccole cose, i dettagli della musica non sono stati facilmente accessibili a tutti, però sono sicuro che nella  registrazione si sentiranno.

Ascoltando i lavori precedenti del progetto si nota un’attenzione particolare verso una vocalità che sia sempre chiara e perfettamente comprensibile, anche senza rinunciare ai virtuosismi (penso ad esempio alle splendide performance di Roberta Mameli). Cosa ci può dire al riguardo?

Roberta Mameli è una grandissima cantante e io sono felice che le nostre strade si siano incontrate perché non è facile trovare le voci per Stradella. Per quanto riguarda il lavoro sulla dizione: ebbene è uno dei motivi per cui io da violista da gamba (mi dedicavo alla polifonia in un consort di viole), ho iniziato ad occuparmi di musica vocale. Ho fatto delle scoperte sul rapporto fra lingua e musica – soprattutto su quelli che sono gli strumenti per rendere musicale la lingua italiana – che mi hanno creato l’urgenza di lavorare con le voci. Mi è capitato che guardando una partitura di Monteverdi ho visto che lui scriveva un ritmo puntato in corrispondenza delle doppie consonanti, non solo di quelle scritte, ma anche dei cosiddetti rafforzamenti fonosintattici (quelli che aggiungiamo nel parlato: «vado accasa»). Ragionando sul motivo sono giunto alla conclusione che in realtà la doppia consonante è l’unico strumento che rende musicale la lingua italiana. Perché la maggior parte delle parole della nostra lingua ha l’accentuazione sulla penultima sillaba, cioè sono piane, ovvero creano un ritmo estremamente regolare, piatto, non danzante. Questo perché la consonante semplice lascia lunga la vocale che la precede, ed è anche il motivo per cui nella poesia si attua l’elisione della finale: suona meglio «Amore, ch’a nullo amato amare perdona» o «Amor, ch’a nullo amato amar perdona»? Non è tanto un problema di metrica, quanto di ritmo!

Mi sono convinto allora che la vera scuola del belcanto italiano era basata proprio sulla doppia consonante la quale non solo è l’unico strumento che abbiamo per dare forma ai suoni ma è anche responsabile del legato, dell’appoggio, del ritmo. È una pratica che si è persa e che sto cercando di recuperare nei miei studi, ma ci sono alcuni cantanti che lo fanno istintivamente, ad esempio i cantanti popolari.

Questa scoperta per me è stata il motore di tutto. Anche il festival è uno strumento per questo lavoro di ricerca e anche per questo motivo il dialogo col contemporaneo mi sta molto a cuore: penso che dobbiamo riuscire a ritrovare un’unità dentro di noi e quindi ritrovare un linguaggio – cosa che molto spesso non è più – e ritengo che la strada giusta possa essere proprio quella di legare la musica alla parola, al testo, al danza, al gesto.

Anche l’artwork che avete scelto per i vostri dischi è molto particolare, uno stile grafico che si richiama alla metafisica. Che cosa rappresenta nel contesto dello Stradella Project?

Quando abbiamo iniziato a pensare con l’etichetta Arcana a quale fosse la veste grafica da associare alla collana non volevo una cosa che fosse bella o che in qualche modo facesse solo riferimento alla musica. Ho voluto qualcosa che fosse a sua volta un percorso, in modo da dialogare con il nostro in maniera non banale. È merito anche di Giovanni Sgaria, direttore artistico di Arcana, che è sempre molto sensibile a questo aspetto: abbiamo trovato questo progetto di Gabriele Croppi, Metafisica del paesaggio urbano e abbiamo pensato che rappresentasse molto bene quello che noi facciamo con i dischi e quindi fosse un partner ideale di dialogo. L’idea è di stabilire su un progetto che vuole essere di lungo respiro un’interazione con qualcosa che a sua volta abbia un lungo respiro, che potrebbe portare così a incroci e collegamenti imprevisti per noi.

Andrea De Carlo ha avuto molte vite musicali: prima di dedicarsi alla musica del Seicento è stato jazzista e prima ancora ha suonato in un complesso rock. Quanto sono state importanti queste esperienze precedenti per affrontare il repertorio barocco e stradelliano?

Sono state indispensabili. Diciamo che sono quelle cose che uno non cambia mai più, è come l’imprinting. Penso che se non fossi stato così, incontrandomi con Stradella forse non mi sarebbe risuonato nulla. Lì ho trovato che la musica barocca e rinascimentale aveva tantissimi punti in comune con quella che era la mia esperienza nel jazz e nel rock. E quindi ho iniziato a capire che forse proprio nel contatto tra queste realtà ci può essere qualcosa di nuovo, una spinta in avanti su quella che è la crisi del linguaggio musicale che stiamo vivendo ormai da più di un secolo. Anche i miei studi di Fisica all’università sono stati fondamentali, perché mi hanno dato una sensibilità sugli algoritmi e sulle strutture che poi rappresentano l’identità di Stradella, questa matematica sublime, quasi bachiana e però allo stesso tempo anche così terrena e carnale. Non ci sarei mai arrivato senza la coesistenza di queste due formazioni così lontane tra loro.

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