Deutsche Oper Berlin: l’eterna attualità dell’Affare Makropulos

Julia Barreiro by

A novant’anni dalla morte di Leoš Janáček la sua penultima opera lirica “L’affare Makropulos-Věc Makropulos” sembra essere più attuale che mai. Scienza e medicina si interessano a prolungare la vita umana mirando a un’eterna gioventù; ma se una vita infinita non fosse così come ce la si immagina, se col passare del tempo perdesse anche questa il suo fascino? Se a 337 anni la bellezza, gli amanti, il teatro, tutto diventasse superfluo?

La storia di E.M., iniziali che stanno per le diverse identità assunte dalla protagonista dell’opera nel corso degli anni, scritta da Karel Čapek nel 1922 con il titolo “L’affare Makropulos”, ispirò Janáček che tra il 1923 e il 1925 scrisse l’omonima opera in tre atti. Novant’anni dopo la prima esecuzione del 1926 a Brno, il regista David Hermann assieme allo scenografo Christof Hetzer mettono in scena alla Deutsche Oper di Berlino l’intreccio della diva e femme fatale che dubita sull’eterna gioventù. Un allestimento in grado di commuovere il pubblico anche alla settima rappresentazione due anni dopo la prima del 19 febbraio 2016.

La sera del 16 novembre l’orchestra della Deutsche Oper diretta dal direttore sloveno Marko Letonja e un cast di alto livello composto da Evelyn Herlitzius (E.M.), Aleš Briscein (Albert Gregor), Paul Kaufmann (Vítek), Jana Kurucová (Krista), Philipp Jekal (Jaroslav Prus), Gideon Poppe (Janek) e Seth Carico (Dt. Kolenatý) hanno interpretato l’opera di Janáček convincendo indubbiamente il pubblico berlinese.

A 337 anni la formula che ha allungato la vita alla cantante Emilia Marty inizia a perdere effetto e l’invecchiare prende il suo corso. E.M. si intromette dunque nel caso irrisolto di un’eredità tra il barone Prus e Albert Gregor, in cui lei stessa cento anni prima era coinvolta. Per arrivare ai documenti della sua formula per l’eterna gioventù Emilia suscita sospetti e gelosie tra i presenti, finendo per svelare la propria identità. L’intreccio quasi da thriller psicologico, pieno di ambivalenze (non a caso una delle figure musicali più frequenti è proprio il trillo con il suo continuo alternarsi tra due note), oscillante tra realtà e incredulità, tra femme fatale e vittima del tempo, tra il mondo dello spettacolo di dominio pubblico e le relazioni amorose private offre al regista David Hermann un’ampia tavolozza di situazioni diverse che egli sfrutta e mette in scena abilmente.

Il palcoscenico diviso in due dal passare del tempo fa da cornice al primo atto in cui Emilia Marty viene presentata e i suoi ricordi occupano la scena: a sinistra prende vita il passato di Ellian McGregor (E.M.) e il suo amato Josef Ferdinand Prus (interpretati da due comparse in costumi barocchi), a destra lo studio del Dr. Kolenatý rappresenta il presente, che attraverso movimenti specchiati dei cantanti e delle comparse e le dichiarazioni di Emilia richiama il passato. Le diverse identità di Emilia Marty, inizialmente occulte al resto dei personaggi, appaiono in scena – cinque comparse simili a Emilia – e fanno parte così del presente di E.M., sottolineando la sua superiorità e maggiore esperienza rispetto alle persone che incontra. Cinque E.M. per i cinque pretendenti (Prus, Gregor, Krista, Janek e il Dr. Kolenatý) che, abbagliati dalla bellezza, aspettano nel secondo atto il loro turno per parlare con la Diva.

La complessità e freddezza di Emilia, rese visibili dalle sue Doppelgänger e dai continui richiami dal passato, rispecchiano la sofferenza di una vita così lunga. Sofferenza che prende il sopravvento verso la fine dell’opera e nella messa in scena di Hermann e Hetzer è collegata spesso al tremare dei muri intorno alla scena (videoproiezioni: Martin Eidenberger). In risposta alla complessità dell’intreccio e del personaggio di Emilia, l’allestimento rimane sobrio e delicato – lo studio dell’avvocato iniziale, il teatro/camerino del secondo atto e la casa di Emilia nel terzo atto sono solo accennati da alcuni mobili e dettagli, incorniciati sempre nello stesso ambiente – e i movimenti scenici danno spazio ai cantanti per interpretare il proprio ruolo senza restrizioni.

Marko Letonja dirige la musica di Janáček con precisione e determinazione, a volte però sminuendo il ruolo dell’orchestra che invece sulla partitura rispecchia in modalità da protagonista la pluralità della vicenda. Il ceco Aleš Briscein, Philipp Jekal (membro dell’Accademia della Scala nel 2016), Jana Kurucová, Paul Kaufmann, Gideon Poppe e Seth Carico interpretano ognuno con grande credibilità lo smarrimento e abbagliamento del proprio ruolo, creando un ventaglio di personaggi su cui Emilia Marty espande il suo fascino. Fascino interpretato con successo da Evelyn Herlitzius, applaudita alla Scala di Milano per Elektra nel 2014 e alla Deutsche Oper (tra altri ruoli) per Katerina Ismailowa in Lady Macbeth la primavera scorsa.

La sua sicurezza e flessibilità nel ruolo di Emilia Marty seduce e conquista il pubblico. Attraverso una piccola modifica della regia nel finale, in cui lei stessa distrugge la formula (e non Krista, come nel libretto originale) per prevenire altri dalla sua sofferenza, il suo personaggio riceve un accento eroico che lo rende ancora più umano e commovente: “È atroce sopravviversi. Se sapeste com’è leggera la vita per voi! Siete vicini a tutto. Per voi ha tutto un senso. Tutto ha valore per voi. Sciocchi, siete felici per la stupida ragione che presto morirete […] è lo stesso, cantar o tacere. Sazia voler bene, sazia voler il male. Stanca la terra, stanca il cielo! E sappi, anche l’anima muore”.

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