Attila: con Chailly e Livermore l’amor di patria conquista il Teatro alla Scala

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Sono sembrati lunghissimi i tre minuti di applausi che hanno salutato l’ingresso nel palco reale del presidente Mattarella. E poi tutto il pubblico in piedi a cantare l’inno nazionale, Il canto degli italiani di Novaro e Mameli, guidato da Riccardo Chailly che volge le spalle all’Orchestra. Emozioni fuori copione, autentiche e simboliche di un momento politico e sociale particolare. Preludio e prologo alla musica di un padre della patria, simbolo del Risorgimento, senatore del Regno d’Italia: Giuseppe Verdi.

Così il bellicoso e orgoglioso Attila, re degli Unni, destinato però alla sconfitta, ha invaso “l’italico suolo” e il palcoscenico del Teatro alla Scala.

Preceduta da dichiarate e “costruttive” schermaglie tra il direttore dell’orchestra Riccardo Chailly e il regista dell’allestimento Davide Livermore, l’opera che il trentaduenne Giuseppe Verdi compose nel 1845 è calata su Milano alla conquista del pubblico della “prima” di Sant’Ambrogio. «Un complicato percorso di concertazione. L’opera è una macchina teatrale complessa, alcune decisioni vanno viste, verificate giudicate, e anche  rinnegate. È così che nasce un nuovo allestimento. Abbiamo discusso anche in modo acceso, ma le scelte alla fine sono state sempre al servizio della musica. Quello tra regista e direttore è un work in progress che progredisce dalla prima all’ottava recita», aveva confessato apertamente pochi giorni prima il direttore musicale del Teatro, memore certo dell’incidente increscioso avvenuto nel 2016 alla prima” di Giovanna d’Arco e dell’insulto lanciato dal regista Moshe Leiser, calato su di lui insieme al rosso sipario di velluto e diffuso urbi et orbi grazie a un fuorionda Rai.

  Se c’è quindi ancora tempo  sino all’8 gennaio perché ogni sera lo spettacolo trovi la sua forma ideale e la sua sintonia totale con un pubblico come quello scaligero che Verdi ce l’ha nel sangue, nel cuore e nel dna, ieri sera la prima vittoria di Attila, quella decisiva della “prima”, è arrivata mentre le attese erano allo zen e i riflettori accesi, come a ogni Sant’Ambrogio.

Accesi sull’opera: seconda tappa di quella trilogia giovanile verdiana che Chailly ha inteso proporre al pubblico milanese (dopo Giovanna d’Arco che ha aperto la stagione 2015-2016 e in attesa di Macbeth tra due anni) in un preciso percorso di riabilitazione e riscoperta.  Attila, ebbe la sua prima rappresentazione il 17 marzo 1846 al Teatro La Fenice dopo una travagliata stesura del libretto che vide la fine del sodalizio tra Verdi a Temistocle Solera che pure tanti successi aveva fruttato al compositore tra i quali quello clamoroso di Nabucco. Fu infatti Francesco Maria Piave a ultimarlo apportando modifiche importanti al lavoro già fatto e stendendo per intero l’ultimo atto, con gran disappunto di Solera.

Accesi sul quartetto di protagonisti: sul basso Ildar Abradzkov che il canto lirico lo ha scoperto proprio grazie a un casuale ascolto di Attila diventato poi il suo cavallo di battaglia, quasi una reincarnazione. Il russo Abradzkov (al suo terzo 7 dicembre) è il perno vocale di un’opera che è stata messa in cartellone da Pereira e Chailly solo a condizione della sua presenza nel “title role”. Sontuoso interprete verdiano arriva  dagli Urali (come Attila, si dice), ed è un unno con l’anima, capace di esprimere non solo la potenza ma anche le sfumature drammatiche e introspettive del suo ruolo, tratteggiando vocalmente e sulla scena il ritratto di un tiranno sanguinario che scopre il bisogno e la debolezza dell’amore.  Per lui applausi a scena aperta in particolare nel secondo atto.

Accesi su Saioa Hernández il soprano spagnolo che con Odabella ha fatto un doppio debutto alla Scala e nel ruolo. E lascia il segno. Voce e presenza scenica che colpiscono. Una donna antica e contemporanea insieme, figlia ferita e ragazza innamorata segnata da un trauma infantile che genera in lei sentimenti forti: la sete di vendetta, la rabbia, il desiderio di uccidere l’assassino di suo padre con le proprie mani, e la passione e il desiderio per Foresto (Fabio Sartori, presenza abituale alla Scala, scelta sicura e tenore verdiano di maturità e autorevolezza  ormai indiscussa che convince il pubblico che gli tributa applausi e consensi).  Il baritono George Petean è l’ultimo generale romano, personaggio cruciale e simbolico, un Ezio penetrante, incisivo ed eroico.

E ovviamente riflettori accesi sul direttore musicale  Riccardo Chailly, alla guida dell’orchestra verdiana per eccellenza quella del Teatro alla Scala, il quale considera Attila un imprescindibile tassello di crescita per arrivare al capolavoro Macbeth e come sempre spende ogni energia e cura nel valorizzare, nobilitare mettere in luce i colori e le sfumature delle partiture che affronta, anche quelle “minori” come Attila, che affronta e propone con fiducia e acribia.  Con dettagli  come l’inserimento dell’Aria di Foresto del terzo atto che Verdi compose per le rappresentazioni milanesi e che dagli anni verdiani non si riascoltava al Piermarini o la prima “assoluta” delle cinque battute rossiniane inserite prima del trio del terzo atto.

In forma sfolgorante il Coro  diretto da Bruno Casoni, impegnato per tutta l’opera . Grande prova. Senza dimenticare l’apparizione emozionante del Coro di voci bianche.

Last but not least il regista. Davide Livermore, che aveva riscosso la scorsa stagione un clamoroso successo al suo debutto scaligero con Tamerlano di Händel e già ha lavorato con Chailly nei mesi scorsi al Don Pasquale di Donizetti firma uno spettacolo “immersivo” (pensiamo in particolare ai flashback di Odabella bambina e al tableau vivant che riproduce L’incontro di Leone Magno con Attila di Raffaello Sanzio), potente ed evocativo, tra neorealismo e colossal cinematografico, con riferimenti visivi espliciti a tanto cinema di guerra. Una regia poco concettuale  ma allo stesso tempo capace di introspezione nella definizione dei personaggi, che certo Livermore da ex cantante legge e cura con particolare attenzione. Per lui Attila è uno specchio implacabile per la società del nostro tempo, come lo fu per Verdi. Uno spettacolo che non vive di “pellicce e corna”, ma in un ’900 sospeso che avvicina a noi la narrazione eterna e purtroppo ben nota alla Storia europea di un esercito che occupa e di un popolo che resiste. Un po’ Roma città aperta, un po’ Berlino, un po’ Varsavia, un po’ Parigi brucia…

Imprescindibile dalla visione e dalla lettura di Livermore il sofisticato apporto tecnologico del gruppo di architetti Giò Forma che firmano le  scene e le impattanti video creazioni led di d-Wok (le luci sono di Antonio Castro). E Gianluca Falaschi crea costumi novecenteschi ricchi di citazioni ancora una volta cinematografiche. Da Portiere di notte di Liliana Cavani (perchè allora non osare il seno nudo sotto le bretelle della divisa da ufficiale tedesco che hanno fatto di Charlotte Rampling un’icona?) a Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Calato il sipario sulla “prima”, al Teatro alla Scala, dove pur è appena passato Attila,  l’erba, crescerà ancora, questo è certo. Aspettando Tosca nel 2019 e Macbeth nel 2020.

Immagine di copertina Ph Brescia Amisano

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