Apoteosi: Chung e la Filarmonica della Scala per il Festival MiTo

Luisa Sclocchis by

Apoteosi. Nel senso di elevazione allo stato divino. Nessun sostantivo avrebbe reso in maniera tanto efficace quella sensazione. Il pathos sprigionato da una musica tanto intensa, partecipata, sentita e passionale. È quanto avvenuto in occasione dell’appuntamento milanese della Filarmonica della Scala per l’edizione 2018 del Festival MiTo SettembreMusica lo scorso 16 settembre al Teatro degli Arcimboldi.

Gli artefici di tale magia? Oltre alla citata compagine orchestrale di matrice scaligera, certamente colui che sapientemente l’ha condotta, Myung-Whun Chung, e uno straordinario giovane talento degli ottantotto tasti, Seong-Jin Cho. Entrambi di origine coreana. Veri fuoriclasse a discapito di quanto si insinuasse – con manifesto scetticismo circa il loro approccio alla cultura musicale classica europea – prima dell’inarrestabile successo di tanti musicisti orientali sulla scena internazionale. A permeare di meraviglia la sala, un Beethoven denso, trascinante e coinvolgente fino allo spasimo.

Il programma monografico beethoveniano si apre con il Concerto n. 3 in do minore per pianoforte e orchestra op. 37 nell’accorata interpretazione di Seong-Jin Cho. Classe 1994, vincitore nel 2015 del primo premio al Concorso Chopin di Varsavia, pianista dal tocco morbido e dalla spiccata espressività. Virtuoso che alla precisione tecnica di suoni limpidi e ben sgranati unisce un lirismo di singolare intensità nei cantabili e una ricca tavolozza di colori che va dalle gradazioni più tenui dei pianissimo mozzafiato al vigore di fortissimo sempre e comunque perfettamente amalgamati al timbro orchestrale. La direzione del discorso è sempre chiara e fluida. Il suono corre sinuoso. Il pianoforte canta.

La serata prosegue con una pietra miliare del repertorio sinfonico, la Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 eseguita per la prima volta a Vienna nel dicembre del 1813 e già allora applaudita fino all’estasi. Vera “Apoteosi della danza” a motivo dei ritmi che la caratterizzano, tanto da esser così descritta poeticamente da Wagner ne L’opera d’arte dell’avvenire: «Questa sinfonia è l’apoteosi della danza in se stessa: è la danza nella sua essenza superiore, l’azione felice dei movimenti del corpo incarnati nella musica. Melodia e armonia si mescolano nei passi nervosi del ritmo come veri esseri umani che, ora con membra erculee e flessibili, ora con dolce ed estatica docilità, ci danzano, quasi sotto gli occhi, una ridda svelta e voluttuosa, una ridda per la quale la melodia immortale risuona qua e là, ora ardita, ora severa, ora abbandonata, ora sensuale, ora urlante di gioia, fino al momento in cui, in un supremo gorgo di piacere, un bacio di gioia suggella l’abbraccio finale».

La lettura di queste celebri pagine si rivela entusiasmante, gli equilibri tra le parti appaiono perfetti e il carisma del gesto direttoriale traduce perfettamente la sua visione in suono. Il vorticoso succedersi e rincorrersi delle singole voci esalta la compattezza delle sezioni, il suono viaggia scolpito e finemente cesellato. Il risultato è un Beethoven di rara intensità emotiva che, sotto la travolgente guida di Chung, spazia da momenti di toccante e raffinato lirismo ad altri di incontenibile e trascendente energia. Una serata di pura emozione che sfocia in scroscianti applausi. A placarne temporaneamente l’impeto, un brillante quanto gradito bis: l’Ouverture dal Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini. Un Concerto più che memorabile.

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